Son già passati 30 anni da Italia-Nigeria

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Arrigo Sacchi è stato un visionario, ma anche un uomo molto pratico. Al Foxboro Stadium di Boston, il 5 Luglio di 30 anni fa, anche se era a bordocampo a dirigere le operazioni durante Italia-Nigeria, al minuto 87 aveva in mente ben altro. Non vedeva i giocatori in campo, bensì le scalette dell’aereo che avrebbe riportato lui e tutta la Nazionale a casa per quella che, di fatto, era una spedizione fallimentare. Avrà pensato, lui che è un positivista: “Beh, almeno ce ne andiamo al mare ad asciugare questo sudore insopportabile per l’umidità americana che ci soffoca”. Spoiler: in finale contro il Brasile, al Rose Bowl di Pasadena, Los Angeles, si arriverà al 70%… 70%!!! Torniamo a noi, a Boston. L’Italia perde 1-0, un altro pragmatico e atipico olandese, tal Clemens Westerhof, si è chiuso a riccio e ha piazzato Oliseh letteralmente sulle chiappe di Roberto Baggio e ci ha fatto giocare una partitaccia. Con la “fortuna” di trovare anche il gol del vantaggio, del tutto casuale, al 25’: calcio d’angolo, svista di Maldini e zampata di Amunike. Nigeria in vantaggio, copione già visto. Già visto? Sì, alla Coppa d’Africa di quello stesso anno, giocata in Tunisia. La Nigeria, stavolta, perde di misura contro lo Zambia, poi la ribalta con una doppietta dell’attaccante che vestirà le prestigiose divise di Sporting Lisbona e Barcellona e conquista il trofeo. Amunike vincerà il premio di calciatore africano dell’anno e poi regalerà, due anni dopo, l’oro olimpico alla Nigeria, segnando anche il gol decisivo in finale contro l’Argentina. Dove? Ad Atlanta, negli Stati Uniti ovviamente, terra che evidentemente gli porta bene.

Sacchi, dicevamo. Probabilmente soffriva già di quell’ansia che poi gli impedirà di continuare la carriera dopo le esperienze all’Atletico Madrid e al Parma soprattutto, una toccata e fuga terminata con una conferenza stampa in cui ammetterà: “Non posso più allenare!”. Guardava, perciò, con gli occhi sgranati i suoi ragazzi, nella speranza che potesse succedere qualcosa. Ah, vabbè, dettaglio trascurabile… l’Italia è in 10 uomini. Gianfranco Zola, entrato nel secondo tempo per dare un guizzo, si frappone tra il macchinoso difensore nigeriano Eguavoen e un pallone innocuo quasi sulla linea di fondo, dalla parte sinistra del campo, tra l’area di rigore e la bandierina del calcio d’angolo. Manca un quarto d’ora alla fine e quell’intervento d’anticipo, un normale intervento di gioco senza nemmeno un contatto fisico importante, diventa una tragedia. Eguavoen cade a terra come colpito da una freccia di Legolas del Signore Degli Anelli e l’arbitro, anzi l’avvocato di professione, il messicano Brizio Carter, estrae clamorosamente il cartellino rosso. Espulso Zola! Il piccolo sardo s’inginocchia con le braccia conserte, con il broncio. Non ci sta. Ma che sta facendo l’arbitro? Direbbe tal Marcozzi, telecronista dell’ormai celebre Giulianova-Frosinone.

È finita quindi, che disastro questo USA ’94. Forse era davvero meglio mandare ai mondiali il Pontedera, capace di battere gli azzurri in un’amichevole pre-torneo. Quella di Zola, poi, è la seconda espulsione in 4 partite, e che esagerazione! Dopo aver esordito e perso male contro l’Irlanda, Pagliuca si è fatto buttar fuori con la Norvegia per un tocco di mano fuori area. E, non si sa come, quando finiamo in dieci ci gasiamo, giochiamo meglio. E Dino Baggio ci ha fatto vincere con un’inzuccata prepotente, il gol che, in pratica, ci ripesca per gli ottavi. Già, perché anche contro il Messico facciamo una magra figura, Massaro segna, ma poi Bernal pareggia poco dopo. Quindi, l’estrema unzione con la Nigeria. Due gol fatti in quattro partite, tre subìti. E tutti a casa.

E invece… la storia del calcio è piena di eroi, di gesta tecniche e atletiche eroiche e quello che succede dal minuto 88 in poi è pura magia. Steven Spielberg, Robert Zemeckis, ma anche banalmente Fausto Brizzi non avrebbero saputo immaginarla meglio. Roberto Mussi, ex-terzino del Milan degli Invincibili proprio di Sacchi, poi alfiere del Parma vincente di Nevio Scala, palla al piede entra in area da destra, vince un rimpallo e, con estrema lucidità, serve all’indietro uno smarcatissimo Roberto Baggio. Il codino diventa divino e con estrema naturalezza calcia un diagonale rasoterra di prima intenzione, che passa per ironia del destino proprio ad un millimetro dallo scarpino di quel maledetto teatrante che è Eguavoen, senza per fortuna toccarlo. Massaro prova ad allungare il piede per la deviazione e, per fortuna, nemmeno lui ci arriva. Rufai, il portiere, si tuffa con tutta l’elasticità di cui dispone, ma è troppo tardi. La palla passa e s’insacca come la palla da biliardo numero 8 che sul tappeto verde finisce in buca d’angolo. Gol. Anzi, no. Goooool!!! Anche se siamo alle 14:44 nel pieno del caldo, dell’afa e dell’umidità, la forza per esultare la troviamo come se fossimo in cima al Monte Bianco, al fresco. Goool, l’aereo può aspettare.

Siamo pur sempre italiani e pessimisti. Abbiamo pareggiato, ma siamo comunque in 10, la Nigeria ci mangerà ai supplementari. E invece… altro turning point che farebbe felici le piattaforme di streaming. Proprio come contro la Norvegia, anche contro la Nigeria l’inferiorità numerica e la sopravvivenza ci gasano a mille, ci regalano un’energia nuova. E i nigeriani, un po’ come i serbi, muoiono nella loro bellezza, si accartocciano su quelli che dovrebbero essere i punti forti, il fisico in primis, la testa ancor prima. Così al decimo del primo tempo supplementare un altro parmense elettrico, Antonio Benarrivo, sguscia via sulla sinistra e chiede lo scambio a Baggio. Il 10 azzurro ha un piede fatato e con un pallonetto lo pesca alla perfezione. Benarrivo sguscia alle spalle del difensore avversario, ancora una volta Eguavoen (tiè!), che non può far altro che abbatterlo in area. Brizio Carter stavolta fa l’avvocato delle cause da vincere, quelle azzurre, e assegna il calcio di rigore. Tra proteste e altre facezie, questo rigore prima di essere battuto si fa attendere quasi due minuti. È il 102esimo, Roberto Baggio va sul dischetto. Rincorsa, destro in diagonale a sinistra, Rufai si tuffa dalla parte opposta, palla sul palo e poi a strusciarsi contro la rete come un petting tra adolescenti. Ancora una volta… gooool!!! Questa volta sì, più gasati, finalmente, ottimisti, ce l’abbiamo fatta. La Nigeria non fa più paura, la Nigeria ha paura! Finiamo addirittura in nove, perché Mussi ha i crampi e i cambi sono esauriti. Si mette in attacco, come un ombrellone in un lido di Rimini, fermo e impassibile. Inutile praticamente. La partita finisce, siamo ai quarti di finale, Westerhof e compagni, se vogliono, possono prendere in prestito il nostro aereo. Roberto Baggio, un po’ come Paolo Rossi nel 1982, risorge dopo una prima fase anonima, culminata con quella frase, diventata celebre, “Ma questo qui è matto”. L’aveva detto a Sacchi, che il giorno prima lo aveva definito in privato come il suo Maradona e il giorno dopo, contro la Norvegia e dopo l’espulsione di Pagliuca, aveva tolto proprio Roby per far entrare in porta Marchegiani. Il mondiale di Baggio comincia a Boston e prosegue al Foxboro Stadium, dove cadrà anche la Spagna grazie a un’altra sua magia, innescata dall’amico Beppe Signori e che culminerà in un fraterno abbraccio di gioia tra i due dopo il gol del 2-1. Luis Enrique finirà espulso e con il naso fratturato. Poi New York e un’altra fantastica doppietta, stavolta alla Bulgaria di Stoichkov, quell’anno Pallone d’Oro. Il tutto si concluderà nel peggiore dei modi, a Los Angeles. Quando lo spirito del defunto Ayrton Senna, almeno così dicono i brasiliani, spingerà oltre la traversa il calcio di rigore che Roby B. da Caldogno non riesce a realizzare contro Taffarel. E che consegnerà la quarta coppa del mondo alla Seleçao verde-oro. Oggi, però, non è il giorno dei rimpianti. Oggi si celebra il trentennale di un pomeriggio da sogno, quello in cui Roberto Baggio ha illuminato gli occhi di una Nazione con il suo genio, quello della vittoria in rimonta dell’Italia contro la Norvegia. Come dite? Ah si, la Nigeria… ok, ma lo dice pure Aldo Baglio in “Così È La Vita”: “Vabbè Ng-Ng, la targa è uguale!”.

Roberto Tortora
Roberto Tortora
Laureato in Scienze della Comunicazione, a Salerno. Master in Giornalismo IULM, a Milano; Giornalista professionista.

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