Un finale poco Allegro

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Peggio di così, forse, non poteva davvero finire tra Allegri e la Juventus. Nemmeno perdendo la Coppa Italia (forse).

Massimiliano Allegri non è più l’allenatore della Juventus, così recita lo striminzito comunicato apparso sul sito ufficiale della Juventus nel pomeriggio di venerdì.

Epilogo inevitabile quello di venerdì, alla luce degli eventi di mercoledì sera a Roma dove in pochi minuti il “dottor Allegri” si è trasformato in “mister Max” sfogando con comportamenti davvero non accettabili (contro arbitri, dirigenti juventini e giornalisti secondo quanto recitano le cronache) un anno e mezzo carico di tensioni .

Quando un matrimonio duraturo e appassionato come quello tra Allegri e la Vecchia Signora si interrompe in maniera cosi brusca le colpe, chiaramente, sono di entrambi i coniugi.

Da una parte il nuovo corso juventino che, in particolare nella persona di Giuntoli, sembrava non intravedere da tempo in Allegri l’uomo giusto al quale affidare la ricostruzione di una squadra sconquassata da terremoti tecnici e societari.

Legittima la volontà di cambiamento della nuova dirigenza, in linea con una prassi comune a tutte le aziende; ciò che è mancato, stando alle ricostruzioni giornalistiche, è stata la trasparenza verso un tecnico che di pagine di storia recente juventina ne ha scritte numerose.

Dall’altra Massimiliano Allegri, che nella sua versione 2.0 si è dimostrato il solito “vecchio Allegri” nonostante una filosofia di calcio eccessivamente sparagnina gli fosse valsa già nel 2019 un congedo anticipato da Madama.

La sensazione, da osservatori esterni, è che da un certo momento della sua 2/a esperienza juventina Allegri abbia voluto enfatizzare ancor di più una filosofia di tipo speculativo/corto-musista, un po’ perché la Juventus che ha ritrovato è sicuramente ridimensionata rispetto a quella salutata nel 2019 un po’ (sembra), anche per cavalcare l’onda di un personaggio ormai mediaticamente dilagante (quella dell’allenatore corto-musista).

Valutare l’Allegri 2.0 è esercizio tutt’altro che facile, alla luce delle notevoli faccende societarie che qualche strascico sul rendimento della squadra non possono che averlo lasciato. Va detto, però, che già il primo anno da cavallo di ritorno rivelò tinte grigiastre pur in assenza di turbolenze societarie (anche se la cessione di Ronaldo a fine mercato, chiaramente, non può ritenersi ininfluente sulla competitività della squadra); agguantato il 4/o posto convincendo solo a tratti, la Juve di Allegri registrò un fragoroso capitombolo in Champions (0-3 casalingo con il Villarreal, ancora una volta agli Ottavi di Champions League), inchinandosi invece all’Inter in Coppa Italia così come in Supercoppa.

La stagione successiva, quella delle dimissioni del CdA e dell’affaire plusvalenze, vide i bianconeri in difficoltà già nel primo scorcio di Campionato (prima di una tempesta che, fisiologicamente, minò gli umori della squadra), come certificano la brutta eliminazione ai Gironi di Champions League e il 5-1 patito al Maradona contro il Napoli futuro Campione d’Italia.

La stagione in corso, poi, ha due volti ben definiti. Netto e impressionante il cammino della Juventus fino al famigerato Juventus-Empoli 1-1, con l’impressione che in assenza di Coppe europee i ragazzi di Allegri potessero davvero contendere lo Scudetto all’Inter nonostante un evidente squilibrio di forze in favore dei meneghini.

Dal pari con i toscani, prologo della sconfitta nello scontro diretto di San Siro, il cammino della Juventus è stato davvero un disastro come raccontano 4 successi, 9 pareggi e 4 sconfitte nella seconda tornata di Serie A.

E’ qui che si insediano sconcerto e punti interrogativi. Come può una squadra che per 5 mesi ha mostrato un cammino quasi perfetto incepparsi così improvvisamente, “solo” per aver perso lo scontro diretto? Quanto demerito ha avuto Allegri nel non aver saputo ricompattare e motivare una squadra che è parsa letteralmente sgretolarsi all’indomani del ko di San Siro? Quanto lo stesso allenatore dei bianconeri ha risentito delle presunte voci di addio anticipato unite a quell’assenza di certezze circa il proprio futuro?

Sul campo, poi, le colpe vanno ripartite tra l’allenatore e i calciatori e in particolare in quelli che nello spogliatoio sono gli elementi più rappresentativi. Ciò detto, in sintesi ad Allegri vanno riconosciuti grandi meriti per aver (fino a gennaio di quest’anno) saputo tenere il timone di una squadra sottoposta a turbolenze di campo e di scrivania. Sul versante opposto, il crollo verticale degli scorsi quattro mesi e i risultati altalenanti dei due anni precedenti ( già pria delle vicissitudini societarie) rendono difficile assegnare la sufficienza a un allenatore da cui, per credenziali e ingaggio, era lecito attendersi qualcosa di più.

Se quindi il recente triennio di Allegri non può ritenersi del tutto soddisfacente, a parere di chi scrive, salutato il tecnico livornese alla Juventus rimangono numerosi problemi di campo. Sarà compito di Giuntoli, a questo punto, indirizzare e determinare la nuova guida tecnica. Con la consapevolezza che, dato il fragore degli eventi degli ultimi giorni, il mondo del calcio guarderà con molto interesse (e forse poca pazienza nei giudizi) alle cose di casa Juventus.

Michael Anthony D'Costa
Michael Anthony D'Costa
Nato a Roma nel 1989, si avvicina al calcio grazie all’arte sciorinata sui campi da Zidane. Nostalgico del “calcio di una volta”, non ama il tiki-taka, i corner corti e il portiere-libero.

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