Come sarà il calcio senza Ibra?

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Foto: Rogerio Moroti

Il re è nudo. Imbarazzato, quasi intimidito, con il volto inumidito da lacrime che non riesce a contenere. Prova a trovar forza nei propri compagni. Ma piangono tutti, anche loro. Si rivolge al pubblico, allora, ma dai maxischermi vengono proiettate solo immagini di tifosi disperati. Crede, alla fine, che solo nello sguardo di sua moglie Helena troverà la forza… ma quella che piange più di tutto lo stadio è proprio lei. Allora si deve arrendere Ibrahimović e, sommerso dai cori in suo onore che gli rimbombano nella testa, lascia uscire la sua anima romantica da una corazza forte più dell’acciaio. “Quando mi sono svegliato stamattina ho guardato il cielo e ho visto che pioveva. Allora ho pensato che pure Dio è triste”. L’ultimo dei capipopolo, mohicano nell’animo e spesso anche nel look (che sia coda lunga o treccine), ha sintetizzato così se stesso, la sua personalità. Dote che, oltre a due piedi divini, lo ha reso una leggenda del calcio. Zlatan Ibrahimović, il ragazzo di Rosengård, tempra vichinga e cuore mediterraneo, mezzo bosniaco e mezzo croato, svedese d’adozione: alle 23:20 del 4 Giugno 2023 ha piazzato l’ultimo dribbling, la giocata decisiva che nessuno s’aspettava: senza farlo sapere praticamente a nessuno fino all’ultimo istante ha premuto il tasto stop ad una carriera cominciata ventiquattro anni prima nella sua Malmö e lo ha fatto nel catino che più ha fatto ribollire di passione con il suo calcio a fiamma viva, fatto di fisico, colpi di karate, ma anche tocchi eleganti e giocate decisive. Lo ha fatto a San Siro, con i colori del Milan addosso.

Quel rossonero che ha vestito per cinque anni complessivi (2010-2012, poi 2020-2023), condito da 163 presenze e 93 gol e che ora gli scorre anche nelle vene. Stavolta, però, sul prato del Meazza ha passeggiato con un look “total black” che è sembrato uno sterile tentativo di mascherare ogni tipo di sentimento. “La prima volta che sono stato qui mi avete dato felicità, la seconda volta mi avete dato amore”. Ha ragione Ibra. La felicità era, all’epoca, quella dei tifosi che abbracciavano l’ennesimo colpo da big, abituati ad avere almeno un fuoriclasse ogni estate. E che portò uno Scudetto e una Supercoppa italiana. L’amore, invece, è quello di un altro tipo di tifoso (che poi è sempre lo stesso, per fortuna): quello che soffre ogni domenica per la sua squadra, che non è più ai fasti di un tempo. Che fatica a qualificarsi perfino all’Europa minore e che prende 5 sberle a Bergamo senz’appello. L’amore di un tifoso che ha bisogno di un supereroe che salvi l’amata da un triste destino. Un ruolo che Ibrahimović ha saputo ricoprire, tornando a Milano dall’assolata California a 39 anni, quando quasi tutti si godono ormai la vita e di faticare ancora non hanno più voglia. Questa volta trascinando la squadra in campo, per quel che ha potuto con i limiti fisici dovuti alla carta d’identità, ma facendosi anche e soprattutto leader di un gruppo in cui ha contribuito a far crescere germogli preziosi. Leao è l’esempio più fulgido: da talentuoso, ma svogliato e superficiale ragazzo, a trascinatore del Milan che ha vinto uno degli Scudetti più belli della sua storia l’anno scorso e che ha contribuito a riportare in semifinale di Champions League dopo 16 anni. “Dal punto di vista mentale Zlatan mi ha insegnato a non mollare mai, quando segnavo mi diceva che dovevo fare di più, dovevo spaccare la partita. Grazie leggenda!”. Parola di Rafael Leao.

Come può non essere il Milan la squadra che fa e farà sempre battere il cuore ad Ibrahimovic, tra le 9 per cui ha giocato da professionista? Un giocatore, dunque, che si è preso un intero spogliatoio sulle spalle, che non ha paura di dire quello che pensa e che trascina la squadra fino allo Scudetto… chi vi ricorda? Se pensate a un dieci dal baricentro basso, con i ricci neri in testa, la maglia azzurra sulle spalle e il passaporto argentino in tasca, beh… ci avete azzeccato. Senza voler eretizzare paragoni tecnici, sia chiaro, ma come Maradona con il suo Napoli, anche Zlatan ha saputo essere “totalizzante” al Milan. In senso autenticamente buono.

Svedese atipico, come preannunciato dal suo sangue balcanico, ma capace di essere amato in patria come pochi, con tutta la sua sana arroganza che una volta gli fece dire: “Non sono un tipico ragazzo svedese, ma ho messo la Svezia sulle cartine del mondo”. Per non parlare di quando approdò sotto la Tour Eiffel e si rivolse subito così al suo allenatore italiano, un altro con il Milan nel cuore: “Ad Ancelotti chiesi ‘Credi in Gesù Cristo?’. ‘Sì’ mi rispose. ‘Allora credi in Zlatan e rilassati”. Uno che ha dato a Guardiola del “senza palle”, che non fa regali alla moglie perché “tanto lei ha già Zlatan”, e che è stato eroe dei due mondi calcistici, andando a “Zlatanare” (termine coniato davvero sia dagli svedesi che dai francesi) anche a Los Angeles. “Veni, vidi, vici. Grazie Galaxy per avermi fatto sentire di nuovo vivo. Ai tifosi dico: volevate Zlatan, vi ho dato Zlatan. Ora tornate pure a vedere il baseball”, il suo addio prima di tornare al Milan. Lì era ormai un bomber consumato, ma quando invece arrivò alla Juventus, a soli 23 anni, Fabio Capello gli fece vedere una videocassetta con i gol di Van Basten, quell’idolo a cui troppo in fretta Zlatan veniva già paragonato all’epoca. Capello premé il tasto play e gli disse: “Tieni, ora guarda come si fa gol”. Spavaldo, sbruffone, irriverente sì, ma stupido niente affatto. Così Ibra studiò davvero e si allenò duramente per migliorare, e alla fine i gol ha imparato a farli: 573 in 988 presenze, 32 trofei vinti. L’unico cruccio, quella Champions League sempre e solo sognata. Classifica cannonieri vinta nel 2011 con il Milan, miglior marcatore di sempre nella storia del PSG. Sì, i gol ha imparato a farli. In tutti i modi. Ricordate i colpi di tacco con la maglia dell’Inter e con la Svezia (contro l’Italia a Euro 2004, ahinoi)? Ricordate la rovesciata da distanza siderale sempre con la Svezia, ma stavolta contro l’Inghilterra? E ancora: la volata in bianconero da centrocampo fino in porta all’Olimpico contro la Roma, la volée in rossonero da fuori area al Via del Mare contro il Lecce, i 7 dribbling con la maglia dell’Ajax ai poveri difensori del NAC Breda prima di depositare la palla in rete? L’eredità di gemme che Zlatan lascia in dote ha un valore inestimabile.

“Una carriera degna di un Re” è la frase di commiato del Paris Saint-Germain. “One of a kind”, cioè unico nel suo genere è il saluto del Manchester United. “God Bye” e non è un refuso è il “Ciao Dio” del Milan. “Se ci fosse stato Mino Raiola avrebbe voluto che continuassi a giocare, perché voleva la commissione… Scusa Mino, ma è la verità”. E con una grassa risata scioglie le tensioni Ibra, mandando un bacio lassù all’agente che ne ha fatto un campione. Quando lo incontrò per la prima volta in un ristorante gli mostrò la foto di Shevchenko, 23 gol, di Inzaghi, 25 gol, di Vieri, 23 gol. Poi tirò fuori quella di Ibrahimovic, 4 gol, e fu l’unico a dirgli: “Con queste statistiche a chi ti vendo io? Questi sono bomber veri”. Zlatan, da sempre stra-convinto di se stesso, replicò: “Se avevo le loro statistiche non avrei avuto bisogno di un procuratore bravo come te per vendermi, anche mia mamma era capace”. E da lì cominciò un sodalizio che solo la malattia fatale di Raiola ha potuto spezzare. Niente Arabia, quindi, niente Monza, nessuna commissione. Il calcio giocato di Zlatan Ibrahimović è finito. Ora, dopo un periodo di decantazione di tutti i profumi di cui si è composta l’essenza calcistica dello svedese, c’è un futuro che non ha fretta di essere rivelato. “Ci sono tanti ricordi. Ho bisogno di smaltire tutto e capire adesso com’è vivere senza il calcio”, ha chiuso così, Ibrahimovic, la sua ultima conferenza stampa da giocatore. Ha sottovalutato una cosa molto importante però, per noi più che per lui. E cioè che adesso anche il calcio dovrà capire com’è vivere senza Zlatan Ibrahimović. 

Foto: Rogerio Moroti 

Roberto Tortora
Roberto Tortora
Laureato in Scienze della Comunicazione, a Salerno. Master in Giornalismo IULM, a Milano; Giornalista professionista.

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