Per una rappresentante di Pechino 2022 le violenze contro gli Uiguri sono una “menzogna”

Mentre dalla Cina continuano ad arrivare ottime notizie relative alle prestazioni dei nostri atleti e delle nostre atlete, le Olimpiadi invernali di Pechino 2022 volgono ormai al termine: domenica è prevista la cerimonia di chiusura, dopodiché sipario calato e tutti di nuovo alle proprie vite. Sono state settimane intense sul piano sportivo, ma sostanzialmente tranquille sul piano politico. È un aspetto non di secondo piano se si considera il Paese ospitante, ovvero una Cina che continua a mantenere politiche quanto meno controverse sul piano nazionale e internazionale, e la vigilia di queste Olimpiadi, tra la drammatica storia delle violenze sessuali che avrebbe subito la tennista Peng Shuai (fatta poi di fatto scomparire) da parte dell’ex vice premier cinese Zhang Gaoli e il boicottaggio diplomatico operato in primis dagli Stati Uniti. Tutto sommato, però, per due settimane e mezzo, la posizione della Repubblica Popolare Cinese su alcune questioni più delicate è stata sorvolata con successo: sono le Olimpiadi, baby, e noi non parliamo di queste cose.

Il Comitato Olimpico Internazionale, d’altra parte, ha favorito fortemente questa linea per mesi: fuori la politica dallo sport, una frase ripetuta da anni come un mantra, anche se ormai viene il dubbio che venga detta più per salvaguardarsi che per reale convinzione. In ogni caso, la famosa “Regola 50” è stata rispettata senza troppi problemi: agli atleti è fatto divieto di esternare o manifestare posizioni politiche durante la competizione e in particolare nel corso della premiazione, e così è stato.

Tutto è sembrato filare liscio almeno fino a giovedì, quando è stata organizzata una delle ultime conferenze stampa per i giornalisti. Doveva essere un’occasione per salutarsi e brindare al successo dell’evento e invece i reporter presenti si sono fatti solleticare dall’idea di mettere più in difficoltà i portavoce intervenuti, essendo ormai arrivati alla fine di queste Olimpiadi invernali. Alla conferenza erano presenti Mark Adams, un portavoce del CIO, ma soprattutto Yan Jiarong, rappresentante dei Giochi Olimpici Pechino 2022, diventata involontariamente protagonista di un incontro quasi surreale, tra tentativi di dichiarare l’apoliticità dell’evento e riaffermare invece la posizione molto politica della Cina verso alcune tematiche particolarmente delicate.

Le questioni centrali dell’incontro sono state due. La prima riguardava Taiwan e, più in particolare, se i suoi delegati avrebbero partecipato alla cerimonia di chiusura di domenica. Una domanda tutt’altro che assurda, visto che aveva riguardato già la cerimonia di apertura, che in un primo momento i rappresentanti dell’Isola di Formosa sembravano aver deciso di boicottare: ufficialmente per ragioni legate al Covid e problemi con i voli, ma nella pratica per riaffermare le tensioni politiche e diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese. Alla fine, era intervenuto direttamente il CIO inviando diversi “avvisi”, come riporta la BBC, e i delegati avevano partecipato all’inaugurazione dei Giochi Olimpici.

Più che la risposta di Adams, piuttosto evasiva, quello che ci interessa è stata l’aggiunta che Yan Jiarong ha voluto fare, prima domandando in inglese se potesse intervenire e poi affermando in cinese, per evitare strafalcioni diplomatici a causa della lingua, la posizione del governo sulla questione: “Taiwan è una parte indivisibile della Cina e questo è riconosciuto dai principi internazionali e dalla comunità internazionale. Siamo sempre contro l’idea di politicizzare i Giochi Olimpici”. Un giornalista ha subito fatto notare ad Adams che la dichiarazione della Jiarong stava politicizzando eccome le Olimpiadi, ma il portavoce del CIO ha glissato: “Ci sono un sacco di visioni su ogni sorta di cosa nel mondo, il nostro compito è fare in modo che le Olimpiadi si svolgano”. Il che vuol dire tutto e vuol dire niente.

Non è questa la sede adatta per approfondire il difficile rapporto storico tra la Repubblica Popolare Cinese e Taiwan. Ma le parole di Yan Jiarong sono un chiaro segnale sul piano politico, una nuova provocazione in una situazione di enorme tensione diplomatica tra le parti. La Cina sta ripetutamente sorvolando lo spazio aereo di Difesa dell’isola al largo delle sue coste e sta provando a isolarla dai propri alleati internazionali: basti pensare che, lo scorso autunno, i Paesi che hanno rapporti diplomatici con Taiwan sono scesi a 14 (in Europa, solo lo Stato del Vaticano riconosce l’Isola di Formosa), con il Nicaragua che ha invece riconosciuto la Repubblica Popolare Cinese. In questo contesto, si inseriscono anche i difficili rapporti con gli Stati Uniti, intervenuti a tutela di Taiwan (anche se, a oggi, non è chiaro quanto sarebbero disposti a rischiare per l’isola).

L’altra questione diventata oggetto della conferenza stampa ha riguardato lo Xinjiang e, in particolare, le politiche repressive che la Cina adotta verso la minoranza turcofona degli Uiguri. Alcune organizzazioni internazionali hanno accusato delle industrie del tessile di aver utilizzato dei materiali provenienti proprio dallo Xinjiang, ignorando le violenze che subisce la popolazione uigura nella Regione. Anche qui, la Yan Jiarong ha risposto in maniera netta “Il cosiddetto lavoro forzato nello Xinjiang è una menzogna elaborata da gruppi ben precisi”. 

È questa la posizione, d’altro canto, che la Cina mantiene da sempre: verso gli Uiguri sono adottate misure di contrasto al terrorismo, ma non certamente politiche repressive o addirittura, come denunciato da organizzazioni a tutela dei diritti umani, deportazioni di massa, sterilizzazione delle donne per avere un rigido controllo sulle nascite (al punto che diversi esperti hanno parlato di “genocidio demografico”), interruzione di gravidanze, prigionie forzate. Su questa vicenda, però, il governo cinese sta cercando di lasciare un velo di mistero, cercando di nascondere al mondo quello che accade nello Xinjiang. Queste Olimpiadi potevano essere l’occasione per parlarne e, invece, di questi argomenti nemmeno l’ombra. Facendo capire, ancora una volta, quanto grande sia l’occasione che si perde per fare luce sulla tutela dei diritti umani quando si svolgono questi eventi di portata internazionale.

Anche per questo, le Olimpiadi invernali di Pechino hanno fatto il loro corso in una sostanziale tranquillità. Le autorità cinesi hanno saputo mantenere il riserbo adeguato e il CIO ha preferito pensare all’organizzazione dell’evento, senza ulteriori approfondimenti. Ce ne sarebbero volute decine di conferenze come quella di giovedì e invece, purtroppo, si è fatto un timido tentativo solo all’ultimo. Disperato e, soprattutto, diventato un sostanziale buco nell’acqua.

P.s. Sul caso Peng Shuai si è aggiunta una nuova voce abbastanza imbarazzante. Un diplomatico cinese, Victor Gao, avrebbe infatti escluso la possibilità che la tennista abbia subito delle violenze poiché “forte mentalmente e soprattutto fisicamente, essendo davvero molto alta. Essendo più alta di me, io penso che per persone più piccole sia pressoché impossibile attaccarla fisicamente”. Mancava solo lasciare una valutazione sull’aspetto fisico di Peng Shuai e sarebbe stato completo il catalogo di stereotipi che alle donne tocca sentirsi dire quando subiscono violenze e molestie sul piano sessuale.