NWSL, l’ennesimo caso di abusi sessuali nello sport dovrebbe destarci più curiosità

Il fine settimana appena passato ha portato un terremoto in casa della National Women’s Soccer League. È venuto a galla l’ennesimo caso di abusi sessuali nello sport femminile statunitense. Paul Riley, ormai ex allenatore del North Carolina Courage, è stato accusato da parte Sinead Farrelly e Mana Shim. A seguito della notizia la U.S. Soccer ha sospeso la licenza del tecnico e il campionato momentaneamente.

Le due giocatrici sono finalmente uscite allo scoperto dopo anni di repressione, causata da un ambiente molto omertoso e maschilista come il calcio femminile. Sembrerebbe quasi un controsenso, ma questa modalità è formata praticamente da uomini che allenano, posseggono club e fanno parte dello staff di molteplici squadre. Le ragazze scendono solo in campo, si allenano duramente per essere scelte al draft o per strappare un buon contratto e infine a volte subiscono abusi sessuali.

Ciò che è accaduto da Farrelly e Shim è partito proprio dalla speranza delle atlete di fare carriera, ma è bastato incontrare la persona sbagliata in questo cammino per scivolare nell’oblio. L’ossessione di Paul Riley per la prima è nata nel 2011, quando per la prima volta l’aveva scelta al draft per far parte del Philadelphia Independence. Quando l’allenatore aveva poi cambiato squadra, andando nel 2014 al Portland Thorns, aveva anche obbligato Farrelly a fare la medesima cosa.

Il controllo esercitato del carnefice è sempre molto potente, così come l’impulso che smuove l’animo di chi abusa. I ricatti di Riley sicuramente sono stati decisivi perché la calciatrice vestisse una nuova casacca. C’è stato senza dubbio il classico “ti rovino la carriera“, ma non bisogna sottovalutare il rapporto psicologico che si crea tra carnefice e vittima.

Anche in questa franchigia ha continuato a manipolare la giocatrice, ma non contento si è accanito pure su Shim. Fortunatamente dopo dieci lunghi anni di terrore la verità è stata scoperta e la comunità calcistica negli Stati Uniti ha risposto in maniera positiva. L’NC Courage ha subito licenziato Riley, le giocatrici più famose hanno manifestato il proprio appoggio a Farrelly e Shim, la stessa FIFA sta in queste ore indagando. Tutto ciò però non sempre è scontato. Se lo fosse, la denuncia sarebbe partita già anni prima, appena dopo il fatto, perché le due sportive non si sarebbero sentite indifese.

Non è la prima volta che sentiamo di casi di abusi sessuali nello sport così come nella vita quotidiana. Spesso non diamo il giusto peso a queste scioccanti notizie, perché non ci riguardano da vicino, non toccano la nostra persona o qualcuno di caro, come la figlia, la sorella, la madre. C’è perfino chi talvolta dice “che se la vanno a cercare“. Certo, ragazze che vogliono fare della propria passione un lavoro se la vanno a cercare.

Dopo il ritiro di Simon Biles dalle Olimpiadi di Tokyo era tornata in superficie dal fondale una storia molto toccante sugli abusi subiti dalla ginnasta americana in gioventù. Tuttavia la reazione del grande pubblico, che prima di quel momento non la conosceva, non seguendo la ginnastica, era stata quella dell’indifferenza. Il forfait improvviso, che potrebbe essere riconducibile a un problema psicologico dovuto a questa storia, non ha destato la giusta curiosità, né dalla stampa né dalle altre persone.

Non era però la prima volta che si parlava dei crimini commessi da Larry Nassar su Biles e altre sue colleghe. Nel giugno del 2020 aveva fatto il suo approdo sui servizi in streaming il docu-film “Atleta A“, un racconto che raggruppa il dolore di circa 260 donne e ragazzine, vittime del medico dal 1996 al 2017, un periodo troppo lungo. La pellicola è stata praticamente snobbata dalla maggioranza o comunque la ripercussione è stata quasi minima. Forse è arrivata l’ora di abbandonare per qualche minuto la nostra serie preferita e dedicare un po’ di tempo a questo film di utilità pubblica.

Una sola visione forse ci sensibilizzerebbe quel tanto che basta da compatire Farrelly e Shim, facendo capire anche alle altre calciatrici che, qualora fossero abusate in futuro, o fossero state abusate in passato, qualcuno a sostenerle ci sarà. Si parla in due tempi verbali differenti, perché prima di tutto non ci si può aspettare che gli abusi sessuali cessino all’improvviso dopo l’addio di Riley al calcio e in secondo luogo non si può escludere che le vittime siano appena due. “Atleta A” sottolinea come per 21 anni Nassar abbia agito indisturbato, senza che nessuno se ne accorgesse. O meglio, senza che nessuno decidesse di contrastarlo.

Le denunce nei casi sopracitati sono partite da donne, ma non per questo gli uomini devono rimanere esclusi da queste tragedie. Se gli abusi continuano ad accadere ciclicamente nel calcio, nella ginnastica, in altri sport, nella vita quotidiana è anche colpa delle persone omertose che fanno finta di non aver notato nulla di strano. Nel caso del calcio femminile l’ambiente è composto per la maggiore da uomini, ma il discorso di critica non cambierebbe nemmeno se al loro posto ci fossero altre donne. Che sia una presidentessa o un presidente, che sia un allenatore o un’allenatrice, che sia un membro dello staff, chiunque venga a conoscenza di atti così indegni, ha l’obbligo di intervenire in qualche modo.

I maschi non sono comunque esclusi nemmeno come parte attiva degli abusi. Per Riley e Nassar si parla di ragazze e donne abusate, ma esistono anche ragazzini che subiscono violenze. Per rimanere in tema cinematografico, tra gli anni ’70 e la prima metà degli anni ’90 in Inghilterra ci fu un numero così alto di abusi nei confronti di piccoli calciatori tanto da meritare un remake de “Il Caso Spotlight” in versione calcio inglese.

Nel 2016 Andy Woodward, ex difensore di Crewe Alexandra, BurySheffield United, al Guardian ha raccontato di aver subito continui abusi sessuali e psicologici dall’allenatore delle giovanili del Crewe, Barry Bennell. Da lì è partita un’inchiesta da 710 pagine che ha coinvolto grandi e piccoli club. Un orrore che non dovrebbe mai ripetersi, ma che puntualmente è praticamente all’ordine del giorno.

Come si può combattere questa piaga della società? Dando pene sempre più severe a Riley, Nassar et cetera? No, si risolverebbe molto poco. Il primo step è quello di educare i bambini e i ragazzi a non aver paura di denunciare atti non leciti, anche se non li riguardano in prima persona. Il secondo è quello di sensibilizzare tutta la popolazione mondiale su questi temi, che non devono essere mai un disonore per le vittime, ma solo per chi commette tali reati.