Quando i Talebani usavano gli stadi per le esecuzioni pubbliche

Nelle drammatiche ore in cui si sta consumando la presa di Kabul da parte dei Talebani e la conseguente restaurazione di un regime già tristemente conosciuto dall’Afghanistan, l’Emirato islamico, ritorna all’improvviso davanti agli occhi un’immagine rimasta nascosta per anni nella mente, solo apparentemente dimenticata e invece ora di nuovo così viva. È il ricordo di un doloroso filmato di pochi minuti del 1999, trovato qualche anno fa quasi per caso e testimonianza così cruda e ora tristemente attuale delle atrocità del governo dei talebani rimasto in vigore tra il 1996 e il 2001. La scena avviene nello stadio olimpico di Kabul, con 30mila persone sugli spalti, ma l’evento centrale non è una partita di calcio: è la prima esecuzione pubblica di una donna, identificata solo come Zarmina, da parte del nuovo regime. Succede tutto in rapida successione: la donna, nascosta dietro a un burqa azzurro, viene trasportata su un camioncino in mezzo al campo, viene fatta scendere e inginocchiare in una delle aree di rigori, prova una fuga disperata ma viene subito bloccata e fatta sedere nuovamente, poi i tre colpi di un soldato talebano alle sue spalle concludono la drammatica scena, con il corpo ormai senza vita lasciato sdraiato sul terreno di gioco.

Zarmina era stata accusata di aver ucciso il marito, addormentato, con un martello di acciaio qualche anno prima, conseguenza di un “litigio familiare”, secondo le cronache dell’epoca. Si scoprirà, poi, la versione intera della storia: gli abusi dell’uomo verso la moglie, la decisione di ucciderlo per proteggere i figli, i colpi inferti dalla figlia e la scelta di Zarmina di proteggere la giovane negando di averla coinvolta nella vicenda.

Testimonianze dell’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan rendono quell’esecuzione pubblica ancora più agghiacciante: allo stadio sarebbero stati presenti anche i figli di Zarmina, straziati dal dolore, e i parenti del marito defunto, arrivati a chiedere la grazia per la donna qualche minuto prima dell’esecuzione. Era troppo tardi: le autorità risposero che era ormai impossibile interrompere l’esecuzione perché già annunciata al pubblico, sebbene la legge islamica permetta il perdono dell’assassino da parte della famiglia della vittima. Il corpo di Zarmina è stato poi seppellito in una tomba anonima al di fuori di Kabul, rifiutata dai parenti e anonima, come la sua morte.

La sua storia, però, ha continuato a essere raccontata ed è ancora oggi la più chiara testimonianza della funzione degli stadi sotto il regime dei Talebani: eseguire spettacolari condanne a morte, esecuzioni, mutilazioni e lapidazioni, di uomini e donne davanti a migliaia di persone prima delle partite o in mezzo ai due tempi, in nome di una legge del taglione ritenuta necessaria per determinate pene. È l’orrore che ritorna, un salto indietro di 20 anni in cui i piccoli passi fatti in avanti per conquistare nuove libertà e diritti ora sembrano orme sulla spiaggia cancellate dal mare, da qualcosa di ben più grande e potente. Quanto sembrano lontani ora i festeggiamenti allo stadio dei tifosi afghani al momento della conquista della prima coppa internazionale della Nazionale di calcio nel 2013 (la Coppa della federazione calcistica dell’Asia meridionale, ndr); o i giorni delle amichevoli tra una Nazionale ancora non ufficiale dell’Afghanistan, guidata dall’ex Southampton Lawrie McMenemy, e una selezione dell’International Security Assistance Force (ISAF), sotto la direzione di uno dei più famosi arbitri inglesi del tempo, Peter Jones.

Una gara, quest’ultima, che venne giocata simbolicamente proprio al Ghazi Stadium di Kabul, in tempi in cui si era ancora costretti a far entrare prima in campo gli sminatori per bonificare un terreno di gioco potenzialmente pieno di esplosivi. Era il febbraio 2002, quasi mezzo anno dopo la fine del regime dei Talebani. Johnny Crook, capitano della ISAF, commentò l’evento con la coscienza di chi sa che cosa accadeva realmente in quell’impianto: “Siamo coscienti del fatto che la prima volta che si è tornati a giocare qui si potevano ancora vedere i segni delle pallottole dove venivano uccisi i condannati. Abbiamo sentito storie terrificanti sulle esecuzioni che venivano fatte tra un tempo e l’altro delle partite. Quella di venerdì dovrà essere una partita normale, che dimostri il cambiamento di Kabul”.

Il cambiamento, in realtà, non è stato affatto così rapido e immediato. Anche dopo anni, quando si è deciso di rimuovere il terreno un tempo ricoperto di sangue e sostituirlo con un nuovo suolo in erba artificiale, non tutti se la sentivano di tornare allo stadio. Qualcuno percepiva le anime delle vittime ancora in mezzo al campo e continuava ad avere davanti agli occhi gli orrori di quelle morti. Oggi lo sappiamo: sugli spalti c’erano migliaia di persone ogni volta, compresi i bambini, ma molti vi andavano sotto costrizione o addirittura trascinati per assistere a questa brutale applicazione della giustizia da parte dei Talebani. Spesso nei confronti di persone condannate con processi sommari o persino innocenti.

Di quegli eventi allo stadio ha memoria anche Mohammad Isaq, celebre attaccante afghano degli anni ’90 scappato inizialmente dal Paese con lo scoppio della guerra civile e rientrato proprio al momento della salita al potere dei Talebani: era stato cercato direttamente da un comandante, desideroso di portare noti calciatori afghani nella rosa del Sabawoon, una delle dodici squadre che nacquero sotto il regime dei Talebani. Ma l’immagine che gli faceva contorcere ancora lo stomaco la raccontò nel 2012 a Radio Free Europe, ricordando il primo allenamento con la sua nuova squadra: “Facevamo il riscaldamento e iniziammo a fare qualche tiro. Quando sollevai un barile che si trovava in mezzo al campo, trovai sei mani amputate. Appena le ho viste sono rimasto sconvolto. Lasciai l’allenamento e lo stadio e men tornai a casi. Sono stato male per una o due settimane”.

Negli anni successivi alla fine del regime dei Talebani, tanto si è fatto per cambiare la storia e permettere l’accesso allo sport agli uomini, ma anche alle donne rimaste escluse a lungo. Lo stesso Ghazi Stadium ha al suo interno degli spazi utilizzati dalla Nazionale femminile di box, il cui destino è ora sconosciuto con il nuovo avvento dell’Emirato islamico. Si teme un ritorno al passato, ad anni bui che si sperava fossero superati. Il calcio stesso si era trasformato in un’occasione di rilancio, riuscendo finalmente a creare una solida base per la crescita di un movimento sia maschile che femminile: addirittura era stato formato un campionato per quest’ultime, con più di 1000 donne tesserate. Soltanto lo scorso ottobre, proprio al Ghazi Stadium, si assisteva ai festeggiamenti della vittoria del campionato da parte della squadra femminile di Herat nella finale contro il Kabul. Lo sport, ora, sembra passare in secondo piano, potenzialmente malvisto dalla lettura che i Talebani danno al Corano. E torna la paura che, anche negli stadi, ritorni a scorrere il sangue di tante vittime innocenti.