Pallone in Soffitta – 1983, Chinaglia torna alla Lazio: “Qui per fare le cose in grande”

Giugno 1983. La Lazio ha appena conquistato la promozione in Serie A e vede un clamoroso ritorno. Quello di Giorgio Chinaglia, che lascia il calcio USA per prendere in mano le redini della società. Non sarebbe andata bene: ecco l’intervista con cui si presentò.

Clamoroso

Uomo-copertina della Lazio campione d’Italia ’74, Giorgio Chinaglia “tradì” i suoi sostenitori un paio d’anni più tardi. Nel 1976, un po’ in sordina e lasciando strascichi polemici nel popolo laziale, partì da Roma per vestire la maglia dei New York Cosmos. Un altro calcio, desideroso di decollo grazie a sponsor importanti e giocatori stranieri affermati. Con i Cosmos, “Long John” avrebbe segnato caterve di gol e gonfiato il proprio conto in banca. Finché, meno di sei anni dopo, avrebbe deciso di rilevare la Lazio neopromossa promettendo un ritorno ai fasti del passato. Non sarebbe andata bene: ma ci ritorneremo più avanti. Cuciamo le parti dell’intervista che il neo presidente biancoceleste rilasciò al Guerin Sportivo pochi giorni dopo il suo insediamento, inevitabilmente in salsa… Chinaglia.

Avventure

Il calcio è la mia vita a qualsiasi latitudine e brucio giorni, attimi. New York, per me, è sempre stata vicinissima a Roma, alla Lazio. Un biglietto aereo e via, gli aerei sono i miei autobus ormai. Vero niente che sono l’uomo dell’impossibile, che sono l’eterno ribelle sempre pronto a cacciarsi nelle avventure disperate, a polemizzare, a sfidare la potenza degli altri. Sono come sono. Sono cresciuto povero, figlio d’un minatore di Carrara che sputava sangue a Cardiff. Ho buona memoria, non ho dimenticato nulla… Si può conquistare il mondo ma le cicatrici delle ristrettezze dell’infanzia non spariscono mai. Ma parliamo d’altro“: parlando d’altro, l’ex cannoniere descrive la sua nuova battaglia per il bene della Lazio.

Pochi e fidati amici

In America da centravanti funziono ancora, segno facilmente, mi alleno senza fatica. Potrei essere il terzo straniero della Lazio? Via, non scherziamo, sono qui per tentare la ricostruzione da solo. Da presidente cui non manca l’entusiasmo. Avrò pochi collaboratori amici, odio circondarmi di consiglieri, di cortigiani, di uomini cui dare per forza una carica ufficiale. Serve a niente: qui non c’è tempo da perdere. Mi servirò soltanto di Morrone, Lovati, Felice Pulici. Ci conosciamo da tanto, mi fido ciecamente di loro e basta. Morrone allenerà la prima squadra. Ha umiltà e rabbia dentro, vuole sfondare, vuole dimostrare che non ha portato casualmente la nostra Lazio in A. Per me ha fatto un miracolo: ha preso ragazzi in crisi e in breve li ha rigenerati. Da New York seguivo tutto col cuore in gola…“, afferma Chinaglia, all’epoca 36enne.

Bob

Caro, vecchio Bob, laziale nei secoli fedele. È onesto da morire, l’ho conosciuto profondamente quando si ammalò Maestrelli. Lovati non si è mai attribuito meriti, è di una semplicità invidiabile. Mi aiuterà da direttore sportivo, mi consiglierà e io sono convinto che sceglieremo bene quei giocatori che servono a riorganizzare una Lazio competitiva, una Lazio capace di imitare la Roma e magari superarla nel giro di poche stagioni. In Italia cercheremo di prendere Marocchino, Torrisi, qualche altro. Felice Pulici? Curerà il Settore Giovanile. Tra tante disgrazie, questo club ha sempre avuto la fortuna del vivaio. Una miniera. Mi dicono che l’ultimo talento è il giovane Giancarlo Marini… Lo vedrò, non lo conosco, sono contento di poterlo aiutare a inserirsi a livello di Serie A. Se Marini vale avrò un giocatore in meno da comprare. […] Cambierò la sede, lo sponsor, il modello delle maglie, ho la testa piena di programmi, di idee. Senza scendere nei dettagli, vi garantisco che i periodi grami sono finiti. Sono venuto per fare le cose alla grande, mi conoscete, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Tutti mi hanno sconsigliato di prendere la Lazio, non è un mistero. È costata tanto, troppo. A me però piacciono le imprese pazzesche, si vive una volta sola“, sosteneva l’ex centravanti che, a quanto viene riportato, spese cinque miliardi di lire in contanti e altri dieci per risanare i debiti. Chi l’avrebbe fatto al suo posto?

Stranieri e… Giordano

L’acquisto di Júnior dovrebbe essere il mio primo colpo, il biglietto da visita per far capire alla gente che non sono venuto a cambiar aria, in viaggio di piacere. A mio modo di vedere, considerate le molteplici difficoltà del campionato italiano, è meglio accoppiare un campione europeo a un fuoriclasse del Sudamerica. Con Júnior ho già parlato e molto mi ha aiutato il suo allenatore del Flamengo, il mio amico Carlos Alberto. […] L’altro straniero dovrebbe essere il libero svedese Hysén. […] Ho sette opzioni e Morrone sceglierà comunque due nomi che preferisce. […] Giordano dovrà diventare per la Lazio quello che sono stato io. Ha mezzi come nessuno in Europa: è tra i primi tre centravanti del mondo“: l’ottimismo era sicuramente una dote innata di Chinaglia, il quale tuttavia non avrebbe visto praticamente realizzarsi nessuno dei suoi propositi da grandeur.

Denaro

Senza dubbio gustosa la testimonianza del finanziere Mario D’Urso, ad della Lehman Brother: “Gli voglio bene perché è un italiano che come me ha contribuito a mantenere alto negli States il nome del nostro Paese. Sono a sua disposizione. La Lehman Brother ha già portato in Italia investimenti per oltre 4.000 miliardi“. Come detto, le cose sarebbero andate in maniera differente dalle intenzioni di “Long John”. Eppure riuscì a trattenere i gioielli Giordano e Manfredonia. Cosa accadde? Gli stranieri furono il brasiliano Batista (e non Júnior…), eletto capitano, e il giovane danese Michael Laudrup; la promessa Marini non avrebbe sfondato; Morrone sarebbe stato sostituito con Carosi a dicembre; Giordano rimase vittima di un grave infortunio; la squadra ripose immediatamente nel cassetto le grandi ambizioni chiudendo al 13° posto. La stagione seguente sarebbe arrivata una mesta retrocessione in B e, infine, Chinaglia sarebbe stato costretto a vendere la Lazio a Chimenti nel febbraio ’86 perché non più spalleggiato dagli investitori, che meno di tre anni prima gli avevano dato fiducia. Un finale amarissimo, viste le premesse. E antipasto di ulteriori preoccupazioni per i tifosi laziali, destinati a soffrire ancora negli anni a venire.