Non ci siamo

Inter-Milan, migliaia di tifosi nerazzurri e rossoneri si ritrovano davanti allo Stadio Meazza per caricare le squadre prima del derby. Lazio-Bayern Monaco, centinaia di tifosi biancocelesti accompagnano l’arrivo del pullman allo stadio. Così era accaduto con il Bologna prima della partita contro il Benevento qualche settima fa, e così via. Diversi gruppi appartenenti alle Curve di numerose società italiane, di Serie A e non solo, hanno risposto presente alla nuova, folle idea di queste settimane: radunarsi in massa per caricare i propri beniamini prima delle partite, per far sentire il calore della tifoseria dopo mesi di stadi vuoti.

Stasera le stesse scene si sono viste a Bergamo, prima della storica sfida dell’Atalanta contro il Real Madrid, nonostante il messaggio dell’ATS della città che aveva invitato la tifoseria a rimanere a casa. Assembramenti in pieno titolo, dello stesso tipo che per mesi abbiamo criticato, odiato, messi alla gogna sui social quando avvenivano nelle nostre città, ma anche nel giardino della casa a fianco. Chiunque abbia visto filmati di queste ondate di tifosi ha assistito a scene impietose: mascherine nella migliore delle ipotesi abbassate, nella peggiore inesistenti; centinaia di persone attaccate, a cantare una addosso all’altra, con anche la compagnia di qualche personaggio conosciuto al pubblico.

Ebbene sì, è accaduto anche a Bergamo. La città che ha conosciuto il dramma di essere uno degli epicentri della prima ondata con il primo morto arrivato esattamente un anno fa, la stessa che ha fatto i conti con scene da lasciarci senza parole, come quella delle bare portate via dai camion dell’esercito. E, in seguito, si è scoperto da dove siano arrivati in parte tanti di quei contagiati: molti erano tifosi che avevano seguito l’Atalanta fino a Milano per assistere alla partita contro il Valencia in Champions League. Una gara che non si sarebbe mai dovuta giocare, per cui l’UEFA è stata anche duramente criticata per averne permesso lo svolgimento a porte aperte, e che alla fine si è trasformata in una vera e propria bomba di contagi.

Si sono fatti documentari e fiumi di interviste su quella notte, unendo i tasselli di un quadro inquietante, in grado di descrivere gli effetti agghiaccianti di quella partita su intere famiglie per mesi. Quasi un anno dopo, tutto sembra essere stato dimenticato. A Bergamo, ma così come nel resto d’Italia. Questi assembramenti di tifosi sono un’enorme offesa. Per la legge, in primis, perché fanno passare il messaggio che, con l’arroganza e la violenza, si può ottenere ciò che altri saggiamente e nel rispetto del prossimo si negano o per cui rischierebbero sanzioni e interventi delle forze dell’ordine. Sono un’offesa alla memoria di quello che è successo e che succede ogni giorno (oggi altri 318 decessi), sebbene ormai sembriamo assuefatti anche alle morti, che non fanno più così paura.

Sono un’offesa anche a noi, che cerchiamo con tutte le nostre forze di rispettare le regole, rinunciando alle nostre vite normali, compresa la possibilità di andare allo stadio. Ci piacerebbe tornare a sostenere la nostra squadra del cuore; ma se non lo facciamo è perché al momento non è una priorità in una situazione d’emergenza. Siamo alle porte di possibili, nuovi inasprimenti delle misure di contenimento, con le varianti che iniziano a fare paura. È tempo ancora di sacrifici, che ricadranno sulle spalle dei lavoratori maggiormente colpiti dalla crisi sanitaria ed economica. Ma per molti “tifosi”, l’esigenza sembra essere un’altra: andare in piazza a sostenere la propria squadra. A cui, invece, stanno facendo soltanto del male, creando profondi imbarazzi. La stessa vergogna che proviamo noi guardando queste scene, mentre scuotiamo la testa sconsolati: non abbiamo imparato niente.