Gli allenatori hanno deciso una finale noiosa: analisi di Palmeiras-Santos

Per la seconda volta consecutiva un allenatore portoghese ha alzato al cielo la Copa Libertadores. Abel Ferreira ha conquistato il suo primo titolo in carriera, battendo maestri come Gallardo e Cuca. Questi ultimi è stato il protagonista numero uno della competizione e della finale, nel bene o nel male. Al Maracanã si è presentato con una maglia religiosa in preghiera per una vittoria. Lanci lunghi e preghiere però non sono bastati, dato che ha vinto la squadra meglio organizzata.

La partita è stata oggettivamente noiosa con un acuto nell’ultimo quarto d’ora, quando l’allenatore del Santos si è scatenato. I bianconeri sono stati superiori al Palmeiras, guardando le statistiche. Tuttavia quelli sono numeri inutili, se l’unico tiro in porta dell’avversario va in rete. Infatti è la prima volta nella storia delle finali del torneo che una squadra vince con appena un pallone nello specchio. È la prima gioia anche per l’autore del gol, Breno Lopes, in campo internazionale.

Una rissa ha scaturito la rete allo scadere, segnata da un giovane appena entrato. Qui Cuca è stato croce e delizia per i suoi ragazzi, forse stanchi o forse disorientati dai disordini in campo. Nel tentativo di tardare una rimessa laterale ha rimediato un’espulsione dannosa per i suoi calciatori. Soprattutto per la difesa che, qualche secondo più tardi, ha dormito sul cross al bacio di Rony, assistman della stagione. A nulla è servito il caos creato anche tra gli spalti per caricare i suoi. Il tecnico paranaense, invece di andare negli spogliatoi, ha preferito uscire dal recinto di gioco finendo sugli spalti assieme ai pochi tifosi.

Lui come il Peixe sono stati il caos contrapposto all’organizzazione tipicamente paulista del Verdão. Basti concentrarsi anche solo sul duello a distanza tra Rony, craque dell’incontro, e Marinho. Il primo ha cooperato assieme a tutti gli altri attaccanti e perfino alla difesa. L’altro, come al solito, con il suo estro solitario non ha mai veramente fornito dei palloni giocabili a Kaio Jorge. Il famoso 19enne, voluto dalle big europee, non ha comunque cercato mai il giusto movimento per concludere perché non è una sua caratteristica la finalizzazione. Limitare il suo spazio in area ha compromesso il giro palla fluido in assenza della titolarità di Lucas Braga.

Queste decisioni hanno compromesso una cavalcata sensazionale, fatta di vittorie su LDU, Grêmio e Boca. Invece Abel Ferreira ha giocato come sempre nelle occasioni importanti. Ha mantenuto le energie per la fine, muovendo le giuste pedine a tempo debito. Ha infatti tolto un Gabriel Menino troppo effervescente per buttare nella fossa dei leoni un Breno più calmo. Per quanto siano gli atleti a vincere o perdere una partita, questa volta i meriti e i demeriti vanno agli allenatori. Le compagini hanno rispettato le due filosofie, l’abelismo e il cucabol. Da una parte tatticismi rodati e pazienza, dall’altra fantasia (inespressa).

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