Perché dopo anni Sam Allardyce continua a rimanere la scelta preferita per chi si deve salvare

Dopo due anni e mezzo di assenza dal calcio, Sam Allardyce è tornato, ancora una volta con il compito di fare ciò che lo ha reso famoso nella sua carriera: salvare una squadra in una situazione disperata di classifica. Stavolta è stato il West Bromwich Albion a bussare alla sua porta, chiedendogli di sostituire l’ormai ex tecnico Bilic, esonerato il giorno dopo aver conquistato un clamoroso pareggio in casa del Manchester City, seppur in un avvio di stagione tutt’altro che positivo: penultimo posto in classifica e 7 punti guadagnati in 13 partite giocate. Troppo poco per sperare davvero nella salvezza, sebbene il diciassettesimo posto resti a portata di mano, a soltanto due punti di distacco. I tifosi avrebbero preferito continuare con il serbo, ma la dirigenza non ne ha più voluto sapere, anche alla luce di un rapporto che si era definitivamente rovinato negli scorsi mesi per le scelte fatte sul mercato. E così, ci si è affidati a una soluzione classica di chi deve puntare a una salvezza non semplice.

Più che un allenatore, Allardyce sembra oggi quasi più un consulente specializzato su come trasformare in una solida e concreta macchina una squadra che fa acqua da tutte le parti, soprattutto in difesa con il ben poco invidiabile record di squadra con il maggior numero di gol subiti finora (26, seguito dal Leeds a 24). Si è capito dal modo in cui il nuovo tecnico si è presentato alla squadra e ai tifosi: come un portatore di un modello di gioco che finora ha sempre funzionato e che, nelle situazioni di emergenza, torna sempre utile per scalare la classifica. L’unica, ma fondamentale condizione che pone alle società è poter poi intervenire sul mercato per prendersi i classici giocatori che possono servire per applicare questo modello, fondato su studi delle scienze sportive e caratterizzato da un gioco fisico, intenso nella corsa e in grado di garantire soprattutto stabilità difensiva. Un gioco ritenuto sporco e odioso da chi ama lo spettacolo classico della Premier League, ma “Big Sam” nel bene e nel male è così che ha costruito le proprie fortune: porta inviolata a tutti i costi, non perdere possesso nella propria metà campo, giocare con il primo passaggio in verticale, vincere gli scontri di gioco e transizioni, dominio sui calci piazzati, sfruttare le debolezze avversarie e qualità nella trequarti finale.

Con un curriculum di quasi 30 anni alle spalle, Allardyce si è confermato ancora oggi come la scelta ideale per porre delle basi sicure a un progetto, garantendo quello che serve per restare in Premier League. Nelle sue ultime avventure ci è sempre riuscito: Blackburn (preso al 19esimo posto nel dicembre 2008, portato al 15esimo), Sunderland (19esimo posto, finito al 17esimo), Crystal Palace (preso al 17esimo, chiuso al 13esimo) ed Everton (13esimo, chiuso all’ottavo) sono tutti collegati da un filone rosso, caratterizzato dall’evidente ripresa legata al suo marchio di fabbrica. In carriera, mai un esonero subito, tante certezze per ottenere quanto necessario e qualche picco, come il sesto posto con il Bolton nel 2004-2005 e la conseguente partecipazione in Coppa UEFA l’anno dopo o la brevissima esperienza in Nazionale, rovinata da uno scandalo giornalistico.

Tutti progetti, eccezion fatta per quello proprio al Bolton, complessivamente brevi e, anzi, persino diminuiti nel tempo. Perché Allardyce sarà un maestro in ambito di salvezza, ma fatica a fare poi il salto di qualità e il suo gioco fatto di tanta, estenuante intensità prima o poi consuma tutte le forze messe a disposizione da una squadra. È un modo di pensare al calcio lontano dalle scuole e filosofie emerse in questi anni, ma non per questo meno efficace. Oggi in molti lo definiscono un “dinosauro”, ma per chi è stato allenato da lui (come Carlton Cole) racconta di un innovatore, seppure a suo modo.

Piuttosto, sarà da capire quanto influenti saranno le incognite in gioco: con un calcio che cambia così velocemente da una stagione all’altra, quanto peseranno due anni e mezzo lontano dalle panchine? E la crisi economica legata a quella sanitaria permetterà al WBA di accontentarlo, soprattutto considerando che ha fatto capire di poter riuscire nel suo lavoro solo con gli uomini giusti? Allardyce, intanto, mostra tranquillità, convinto degli strumenti che mette a disposizione alle sue squadre. E il WBA può essere l’ennesima società a beneficiare del marchio “Big Sam”, brutto e odioso, eppure ricordo di un modo di giocare che sembra ormai passato di moda in un calcio fatto di tanto tiki-taka e spettacolo.