Presidenti di provincia – Costantino Rozzi: prima di tutto c’è l’Ascoli, poi c’è l’Ascoli e poi ancora l’Ascoli

E pensare che il suo mandato avrebbe dovuto essere solo transitorio. Costantino Rozzi divenne presidente dell’Ascoli il 6 giugno 1968, quasi per caso, su proposta del consiglio direttivo, dichiarando che sarebbe rimasto in sella per un anno. Ma il suo interregno durò ben ventisei anni. Dopo essersi diplomato geometra nel 1948 con il massimo dei voti, proseguì l’attività del padre e divenne imprenditore nel ramo edile. Si specializzò nella costruzione degli stadi: oltre al Cino e Lillo Del Duca di Ascoli, realizzò il Via del Mare di Lecce, il Partenio di Avellino, il Ciro Vigorito di Benevento e il Romagnoli di Campobasso. La passione e la competenza, unite all’amore viscerale per la sua terra e per la maglia bianconera, gli permisero di diventare uno dei presidenti più amati degli anni ’70-’80.

“Bisogna riconoscere le proprie capacità e i propri limiti per riuscire nella vita”: era una frase che amava citare e in cui si riconosceva perfettamente. Sapeva benissimo di non poter fare voli pindarici, che ci sarebbero state squadre con possibilità economiche maggiori del suo Ascoli. Costantino Rozzi era conscio dei suoi limiti, ma sapeva aggirarli, quasi farne una forza. La scelta di ingaggiare Mazzone (al posto di Malavasi, ndr), per esempio, fu indubbiamente un azzardo, visto che “Carletto” aveva da poco appeso gli scarpini al chiodo. A Rozzi piacevano i tipi sanguigni ma leali, e Mazzone aveva dimostrato un grande attaccamento ai colori bianconeri durante i nove anni di militanza nell’Ascoli. Quel rischio “calcolato” si rivelò una mossa vincente. Con Mazzone in panchina, in soli quattro anni l’Ascoli riuscì nel doppio salto trovando, per la prima volta nella sua storia, la Serie B (1971/72) e la Serie A (1973/74).

Nonostante fosse una piccola squadra di provincia poco abituata a certi palcoscenici, sotto la presidenza Rozzi l’Ascoli volò verso vette irripetibili. Nel 1979/80 i marchigiani guidati da Gibì Fabbri sfiorarono addirittura la qualificazione UEFA, ottenendo un quarto posto del tutto inaspettato. Gli anni Ottanta catapultarono definitivamente l’Ascoli nel gotha del calcio italiano e Rozzi divenne il Presidentissimo, il deus ex machina di una squadra operaia ma molto concreta. Anche grazie al fiuto per certi affari, rivelatisi geniali. Come quando riuscì a ingaggiare dalla Juventus Pietro Anastasi e Liam Brady, considerati nella fase discendente della loro carriera. O quando portò in bianconero attaccanti del calibro di Giordano, Casagrande e Bierhoff. Secondo alcuni l’ingaggio di quest’ultimo – in prestito dall’Inter – celava anche una simpatica operazione di marketing: Rozzi riteneva che il nome di battesimo di Bierhoff fosse l’assist perfetto per pubblicizzare in Germania uno dei prodotti più apprezzati della cucina locale, ossia le “Oliver all’ascolana”.

Costantino Rozzi amava Ascoli. E Ascoli contraccambiava, conscia di non poter desiderare un presidente più appassionato e competente. “Prima di tutto c’è l’Ascoli, poi c’è l’Ascoli e poi ancora l’Ascoli” era una delle sue tante frasi iconiche. Per lui l’unica cosa importante era onorare la maglia bianconera. Lo pretendeva anche dai suoi allenatori e dai calciatori che la vestivano. Si affezionava a tutti loro, ma non ammetteva la mancanza di impegno, perché “l’Ascoli è un qualcosa che sta al di sopra degli uomini che la rappresentano”. Era una persona schietta, senza peli sulla lingua, ma anche ironica. Per esempio, a chi gli aveva chiesto del mancato acquisto del centrocampista argentino Claudio Borghi, Rozzi rispose con il sorriso: “Io questo Borghi non lo capisco. Preferisce fare il cameriere a Parigi che il direttore di banca in Italia”.

Pane al pane, vino al vino. Il Presidentissimo era un personaggio istrionico e ruspante, che non le mandava a dire. In un’epoca in cui il calcio veniva vissuto sicuramente in maniera più leggera rispetto a oggi, Rozzi personificava l’ideale del patron di provincia. Le frasi a effetto si mescolavano ad alcuni riti scaramantici, su tutti i famosi calzini rossi che non mancava mai di indossare quando andava allo stadio. Nel 1989 venne insignito della laurea honoris causa in Sociologia dall’Università agli Studi di Urbino. Il riconoscimento ideale per una persona che aveva dato tantissima importanza ai rapporti sociali. E quando, nel dicembre 1994, morì a causa di una emorragia digestiva, tutta la città presenziò i funerali e si strinse idealmente nel ricordo di quel presidente che amava così tanto la sua gente.