Buon compleanno Italia ’90 – L’ultimo atto, Germania-Argentina. Nel calcio? Si gioca 11 vs 11 e poi…

Ci siamo, trenta giorni dopo esatti dal blitz a San Siro del Camerun contro i campioni uscenti dell’Argentina, nella gara inaugurale del mondiale, l’8 Luglio 1990 scendono sul prato dello Stadio Olimpico di Roma ancora una volta l’Albiceleste e la Germania Ovest. In palio la Coppa del Mondo. Il remake della finale di Messico ’86 allo Stadio Azteca. La summa calcistica di quasi un ventennio, dominato in lungo e in largo sul globo terracqueo: campioni nel ’74 i tedeschi, nel ’78 gli argentini, campioni d’Europa i tedeschi nell’’80 e finalisti al mondiale nel 1982, sfidanti le due selezioni nel 1986, Argentina campione del Sudamerica nel 1987 e, infine, Roma. Totalmente diverso il cammino che ha portato le squadre di Beckenbauer e Bilardo fino all’ultimo atto. Se quello dei campioni in carica è stato un percorso balbettante, incerto, a rischio eliminazione in più d’un’occasione, quello dei tedeschi è stato più dritto, sicuro, minato soltanto dalla sorprendente Inghilterra che li ha portati ai calci di rigore. Al termine di quella partita, Gary Lineker sarà costretto a fare un’ammissione che entrerà di diritto nella storia della logica calcistica futura: “Il calcio è quello sport che si gioca undici contro undici, e alla fine vincono i tedeschi”.

Per la prima volta nella storia, una squadra disputa tre finali consecutive di Coppa del Mondo ed è la Germania Ovest. Maradona e soci sono stati dotati, invece, di una virtù celebrata da una parola oggi troppo spesso usata e abusata: resilienza, capacità di restare a galla nel mare in tempesta e di approdo in porto. La brutta figura dell’esordio, due sole partite vinte in tutto il mondiale, due lotterie ai calci di rigore vinte per l’esplosione improvvisa di Sergio Goycochea (se Pumpido non si fosse infortunato?). Questa squadra non ha certo brillato sotto i colpi di Maradona come nel 1986, Diego in fondo era arrivato a quella rassegna logoro fisicamente e mentalmente. Non era stato un anno facile: la vittoria in Coppa UEFA con il Napoli, l’estate turbolenta di mercato in cui Ferlaino si rimangia la parola e non lo vende più al Marsiglia (che al tempo stesso lo corteggia in maniera serrata), la fuga in Argentina ed il rientro a campionato già iniziato. Quindi, un’altra cavalcata verso il secondo storico Scudetto del Napoli e il ritiro pre-mondiale, che aveva lasciato fuori molti dei senatori campioni del mondo ed era dislocato in una sede anomala come Thun, in Svizzera, per i primi allenamenti. Lo stesso Maradona si lamenterà della sede, ammettendo: “C’è solo l’albergo e un grande lago. Cosa porto in regalo alle mie figlie? Un litro d’acqua? In Messico c’era più tecnica, oggi siamo più forti atleticamente. Abbiamo dei difetti, non lo nascondo, ma c’è tempo per limarli”.

La Germania Ovest è alla sua ultima apparizione, sette mesi dopo la caduta del Muro di Berlino e quattro mesi prima della riunificazione con la Germania Est. E, caso curioso, all’esordio ha trovato di fronte un’altra nazionale in rapida disgregazione, cioè la Jugoslavia, alla quale rifila un sonoro poker a firma Matthäus (doppietta), Klinsmann e Völler. Poi altri cinque gol agli Emirati Arabi, quindi il pareggio contro la Colombia. Di tutto il percorso, però, la partita che resta impressa è lo scontro fratricida rossonerazzurro di San Siro del 24 Giugno contro l’Olanda, in occasione degli ottavi di finale. Un derby al cubo, da una parte gli “interisti” tedeschi Brehme, Matthaus e Klinsmann, dall’altra i “milanisti” olandesi Rijkaard, Gullit e Van Basten. Il meglio del calcio italiano ed europeo di quel momento storico. Famoso resterà lo sputo di Rijkaard a Völler (espulsi entrambi al 21’) e la vittoria blindata a cinque minuti dalla fine grazie ad Andy Brehme, un terzino dai piedi d’oro, prima dell’inutile rigore di Koeman. Protagonista in patria con le maglie del Kaiserslautern e del Bayern Monaco, Brehme diventa nel 1988 e, sino al 1992, una colonna dell’Inter di Trapattoni, che vince Scudetto e Coppa Uefa. Una volta in Spagna, al Real Saragozza, vestirà addirittura la maglia numero 10, destinata solo ai grandi fantasisti. E ciò, dà la cifra esatta della classe di questo giocatore. La stella di quella squadra, però è Lothar Lothar Matthäus, uno dei centrocampisti più completi di sempre, capace di brillare in zona offensiva e contenere in quella opposta. Non a caso, marcatore di Maradona nella finale messicana di quattro anni prima, e definito dallo stesso Pibe de Oro come “il miglior avversario che ho avuto in tutta la carriera”. Alla fine dell’anno di grazia 1990 vincerà, infatti, il Pallone d’oro. Matthaus ha letteralmente trascinato i compagni fino in finale, a suon di giocate illuminanti e gol decisivi. Quello contro la Jugoslavia all’esordio, poi, verrà inserito nella classifica dei gol più belli della storia di tutti i mondiali. È lui il perno del gioco intorno al quale ruota tutta la Germania.

I due schieramenti: Carlos Bilardo, reduce da due battaglie consecutive di 120 minuti, mantiene la linea prudente in cui i giocatori devono solo passare la palla a Maradona e vediamo poi che succede. La linea difensiva a tre è ingannevole, con Sensini quarto a sinistra che fa il pendolo, ma che, in pratica, sta più indietro che avanti e il centrocampo è folto. Davanti non c’è Caniggia, ma il “cremonese” Dezotti, retrocesso in B quell’anno con i grigiorossi e che fin lì non aveva lasciato traccia alcuna nel mondiale, se non quella del rigore decisivo segnato contro la Jugoslavia ai quarti di finale. Questa, dunque, l’Argentina (3-5-2): Goycochea; Serrizuela, Simòn, Ruggeri; Basualdo, Lorenzo, Burruchaga, Troglio, Sensini; Maradona, Dezotti; CT. Bilardo. I tedeschi giocano nuovamente una finale a Roma, dieci anni dopo il trionfo europeo contro il Belgio. In apparenza, presenterebbero un modulo più difensivo, in realtà hanno un’impostazione di gioco decisamente più coraggiosa, con Andy Brehme che fa le vasche sulla fascia sinistra e un centrocampo di qualità assoluta in cui solfeggiano Hässler, Littbarski e Matthäus. Questo l’undici della Germania (5-3-2): Illgner; Berthold, Augenthaler, Buchwald, Kohler, Brehme; Littbarski, Hässler, Matthäus; Völler, Klinsmann; CT. Beckenbauer

Alle ore 20 dell’8 Luglio 1990 comincia la quattordicesima finale di Coppa del Mondo e, fin da subito, la partita appare di un’imbarazzante noia e pochezza di gioco. Entrambe le squadre sono stanche, Bilardo pensa già ai calci di rigore, mentre i tedeschi ben si guardano dal lasciare spazi a Maradona che, a squadre schierate per gli inni nazionali, si lascia scappare davanti alle telecamere un eloquente hijos de puta, a causa della pioggia di fischi piovuta dagli spalti dell’Olimpico. Il prezzo da pagare per aver eliminato i padroni di casa della manifestazione. Il primo tempo scivola via tra gli sbadigli e anche nella ripresa le premesse non sono buone. Ci pensa, così, il mediocre arbitro messicano (di origini uruguaiane) Edgardo Codesal a dare una scossa e ad entrare, suo malgrado, nel guinness dei primati: è il primo fischietto, infatti, ad espellere un giocatore in una finale mondiale, trattasti di Monzón, che entra duro sulle caviglie di Klinsmann e va a fare anzitempo la doccia. Gli argentini protestano e sono ancora più furiosi quando non viene sanzionato un atterramento di Dezotti in area. All’84′ il momento-chiave: Matthäus avanza palla al piede sul centro-destra, vede l’inserimento di Völler e lo lancia in profondità; l’attaccante della Roma aggancia il pallone, ma entra in contatto anche con il ruvido Sensini che, in un tentativo di scivolata, cerca di togliergli la sfera. Il contatto tra i due c’è, ma non sembra così determinante, eppure il tedesco crolla a terra e per Codesal non ci sono dubbi, è calcio di rigore. Dal dischetto dovrebbe presentarsi il rigorista designato, cioè Matthäus che, del resto, aveva già deciso in quel modo il quarto di finale contro la Cecoslovacchia. Quella sera, però, uno degli scarpini di Lothar si era rotto e, al cambio con le nuove scarpe, i piedi ne avevano risentito, soffrendo la prima calzatura. Al momento del tiro, perciò, il futuro pallone d’oro non se la sentì di affrontare un evento così importante per tutto il Paese che rappresentava e mandò dagli undici metri Andy Brehme. Goycochea, dal canto suo, è un pararigori, e lo ha ampiamente dimostrato in questa rassegna, e sa che il terzino è un mancino naturale. Già dalla rincorsa, però, capisce che qualcosa non quadra, perché l’inclinazione di Brehme fa propendere per un destro. E, infatti, così accade: Andy si avventa sul cuoio con il piede destro e fa partire una conclusione non fortissima, ma molto angolata sulla destra del gaucho argentino, che intuisce e si allunga come può… ma non riesce ad agguantarla, palla in rete. Gol, 1-0, la Germania è in vantaggio! Come detto, il destro non era il piede di riferimento di Brehme, ma la sua decisione di optare per quel tipo di rigore ha radici lontane. La si deve agli insegnamenti severi del padre, ex-terzino destro dell’Amburgo che, quando il piccolo Andy giocava nel giardino di casa, gli ripeteva sempre: “A chi non è nato fuoriclasse un piede solo non basta” . Nel corso della sua carriera, quindi, Andy aveva preso un’abitudine chiara: usava il suo potente sinistro per calciare le punizioni, mentre al destro affidava i tiri di precisione, compresi i calci di rigore. Non a caso, è stato un suo sinistro deviato beffardamente dalla barriera inglese ad aprire le marcature nella semifinale di Torino. Il giovane Andreas ha passato interi pomeriggi su un campo di allenamento a calciare per ore e ore solo con il piede destro, tutti i giorni, cosi da farlo diventare come il suo piede sinistro. Non sapeva che, circa vent’anni dopo, gli sarebbe servito per alzare al cielo di Roma la Coppa del Mondo. L’Argentina, che aveva cominciato male quel mondiale, lo finisce addirittura peggio: in nove uomini, per la seconda espulsione a Dezotti, gravido di proteste e litigi con Jurgen Kohler.

La partita, la finale più brutta di sempre, finisce, per la prima voltam decisa da un penalty. La Germania è per la terza volta nella sua storia in cima al mondo, Beckenbauer vince un mondiale da allenatore, dopo averlo fatto da capitano-giocatore nel ’74. E dimostrando di esser stato un abile stratega sia in campo, sia in panchina. Il CT della Cecoslovacchia Josef Venglos, prima dei quarti di finale, lo accusò di aver inviato un aereo-spia sopra il campo di allenamento dei cechi a Cernobbio, sul lago di Como. Probabilmente, però, si trattava soltanto di paranoia. Superstizioso sì, invece, visto che, sempre in occasione della gara contro Skhuravy e soci, la delegazione tedesca aveva chiesto e ottenuto di utilizzare lo spogliatoio del Milan. Brehme finirà al terzo posto nella classifica del Pallone d’Oro, dietro al nostro super-Schillaci e al compagno Matthäus, possiamo dire il miglior giocatore del mondiale. Diego Armando Maradona piange.

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Laureato in Scienze della Comunicazione, a Salerno. Master in Giornalismo IULM, a Milano; Giornalista professionista.