Un Lugano operaio, concreto e senza fronzoli

Dal nostro inviato a Lugano (CH)

Siamo sinceri: quando abbiamo scritto le dichiarazioni in conferenza stampa pre partita di Maurizio Jacobacci, eravamo perplessi. Normale che un allenatore dica di aver studiato gli avversari: però, il confronto con Celestini, che i suoi ragazzi li ha allenati un anno e mezzo, e ne conosce ogni dettaglio, pareva impari.

Non solo: un Lugano senza Sabbatini, inevitabilmente, perde sempre qualcosa. Logico, dal punto di vista tattico, inserire Lovrič al suo posto. Però è vero che, sinora, l’austriaco è mancato proprio dal punto di vista fisico e atletico, vale a dire quelli che, alla vigilia, erano considerati i punti di forza degli svizzero centrali, arrivati in riva al Ceresio sulla spinta della bella vittoria contro il Basilea, nel fine settimana.

E, nel primo tempo, infatti, i ticinesi hanno sofferto. Jacobacci ha disposto in campo la sua squadra con un 3-5-2 che, in fondo, il dirimpettaio, nel suo periodo luganese, aveva utilizzato tante volte. L’idea, come poi ci ha spiegato in conferenza stampa, era quella di limitare le scorribande dei lucernesi sulle fasce, dove sono molto forti e veloci, in virtù di due elementi come Ndiaye e Margiotta, sempre rapidi e incisivi.

Il trucco ha funzionato: i confederati hanno infatti mantenuto l’iniziativa (62% di possesso, ci dicono le statistiche del primo tempo), ma senza incidere (solo due conclusioni, non memorabili, nello specchio della porta di Baumann). Il problema, per i bianconeri, è stato ripartire: tanti errori negli appoggi, dovuti anche al pressing avversario.

I biancoblù sono apparsi infatti spesso pronti a raddoppiare, a sovrapporsi, oltre che a far girare palla. Però, come spesso accade alle squadre di Celestini, è mancato l’acuto finale, nonostante, in questa squadra, la prima punta ci sia. Merito però anche degli avversari che, a fronte delle difficoltà a ripartire, hanno però creato densità nella propria area, rischiando il giusto, ma senza esagerare.

La cosa è stata notata dal presidente Renzetti che, in sala stampa, ha fatto i complimenti al suo tecnico, lodandone la sagacia tecnica, come abbiamo fatto notare a Jacobacci più tardi. Il Pres ha voluto sottolineare, però, che a Celestini lo lega un rapporto particolare, di stima e affetto, confermato dal saluto prima dell’incontro di ieri sera.

Nella ripresa, i ticinesi hanno provato ad alzare un po’ il baricentro, senza però mai esporsi troppo alle micidiali ripartenze avversarie. I confederati, invece, sono un po’ calati, e l’ingresso di Bottani, domenica poco incisivo, ha un po’ scompaginato i loro piani. Vero che le reti decisive sono arrivate su due palle ferme (logica conseguenza, in quel momento dell’incontro). Però è anche incontestabile che il Lugano abbia rischiato poco, e che i tre punti siamo meritati.

Certo, la squadra non fa vedere un gioco ricercato. Si cerca di fare le cose semplici, sacrificando gli attaccanti a un compito anche difensivo che ne appanna un po’ le caratteristiche. Vale la pena, in quest’ottica, di parlare di Janga il quale, ieri, non ha giocato una partita memorabile dal punto di vista delle conclusioni. Tuttavia, il nuovo arrivato ha fatto valere le sue doti fisiche, duellando con i centrali lucernesi, e dando una mano ai compagni. Lo stesso ha fatto Gerndt.

In definitiva, come da titolo, un Lugano operaio. L’obbiettivo è la salvezza: non bisognerà, infatti, semplicemente evitare l’ultimo posto, perché il penultimo significa vedersela con la seconda di Challenge League, che sarà quasi sicuramente il GCZ il quale, ovviamente, ha fretta di tornare nella massima serie. Ed è lapalissiano che, per evitare l’inconveniente, la via più semplice sia muovere la classifica, chiudendo la pratica il prima possibile.

E Maurizio Jacobacci, come ci ha detto tra le righe il Pres, è l’uomo giusto. Il bernese, di origini campane, titolare nel Wettingen dei miracoli che, in coppa UEFA, nella stagione 1989/90, rischiò seriamente di fare lo sgambetto al Napoli di Maradona, non è un santone o un predicatore. Non ha la pretesa di insegnare agli interlocutori cosa sia il gioco del calcio, e risponde sempre alle domande dando, a chi lo ascolta, la sensazione che sia consapevole che l’altro abbia le giuste competenze per capire di cosa si sta parlando.

Perché in fondo, sembra aggiungere in modo sottinteso, le cose sono semplici: ti salvi se fai risultato, e ottieni dei punti. Per ottenerli, prima di tutto non devi prendere gol: perché, se non ne subisci, magari non vincerai la partita, ma sicuramente non verrai sconfitto. Tutto molto semplice e lineare, come si vede.

Poi, evidentemente, si può discutere su come ci si arriva, a non incassare reti. Ma il tutto, senza mai pretendere di avere scoperto pozioni misteriose. E, forse, a Lugano serviva proprio un uomo così. Certo, ci sono ancora 11 partite da disputare, che valgono 33 punti. Però, domenica, la fischio d’inizio, a Ginevra, ne mancavano 13. Oggi ne sono state giocate 2, e i punti in cascina sono 4, ottenuti con Servette e Lucerna, non proprio le ultime della classe.

Avanti, quindi, con fiducia: questa, almeno, è la sensazione che abbiamo colto ieri sera, tra le mura del vecchio stadio di Cornaredo. E un applauso sincero all’organizzazione del club che, in poche ore dal via libera della Confederazione, è stata capace di allestire l’impianto per accogliere mille tifosi, in piena sicurezza.

Precedenza agli abbonati paganti: un patrimonio che la società si tiene stretto, anche con iniziative come il pacco dono ai tifosi ultrasessantacinquenni, nei giorni più duri della pandemia. Sotto questo aspetto, il Lugano si è già guadagnato la salvezza. Diremmo, anzi, qualcosa in più.

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Da bambino si innamorò del calcio vedendo giocare a San Siro Rivera e Prati. Milanese per nascita e necessità, sogna di vivere in Svezia, e nel frattempo sopporta una figlia tifosa del Bayern Monaco.