Viaggio nel Subbuteo – Le squadre dalle origini agli anni ’70

Il nostro viaggio nel Subbuteo, oggi, va a toccare l’aspetto più interessante, a nostro avviso, vale a dire quello dell’evoluzione costruttiva delle squadre, che ha dato vita al conseguente interesse collezionistico. Non nascondiamo, infatti, che, nella vita, siamo appassionati di modellismo e, quando ci capita (ahimè sempre più raramente: le giornate hanno solo 24 ore), amiamo frequentare fiere e mercatini.

Con l’aiuto di Maurizio, web master del sito https://conankrom.jimdofree.com/ , siamo entrati in un mondo (per noi) incantato, ma che, ne siamo sicuri, stupirà anche i nostri lettori. Novello Virgilio (meglio Beatrice, anche se maschio: perché ci ha portato in Paradiso) la nostra guida ci ha aperto il mondo dei gruppi Facebook (privati e verificati, come scrivevamo la scorsa settimana) dei collezionisti di squadre, che erano (e sono) il cuore pulsante del gioco.

Foto da https://conankrom.jimdofree.com/

Tutti gli appassionati, infatti, hanno sognato di avere un’anta dell’armadio piena di scatoline verdi, da mostrare con orgoglio agli amici in visita. Per qualcuno è realtà anche oggi. Certo, servono competenze, i contatti giusti (la fregatura, in questi ambiti, è dietro l’angolo: per quello, non ci stanchiamo di ripeterlo, serve frequentare un club), e (diciamolo) un portafoglio ben fornito. Le quotazioni sono lontane da quelle (per esempio) del fermodellismo: tuttavia, abbiamo visto, nei gruppi, cose interessanti.

Ma lasciamo, ancora una volta, la parola al nostro esperto: “La storia del Subbuteo è quella di un fenomeno ludico sul mercato, in diverse forme, da 74 anni. Il gioco nasce nel 1946, creato dall’ornitologo inglese Peter Adolph. Il nome deriva da quello comune della specie del Falco Lidaiolo: si dice che il creatore si sia ispirato al rapace perché la mano, appoggiata sul panno da gioco, somigliava all’artiglio del medesimo.”

“Eravamo nel dopoguerra: periodo difficile anche per gli inglesi che, pure, il conflitto lo avevano vinto. La volontà era quella di creare nuovi passatempi, destinati ai bambini, che avevano sofferto pene indicibili, in un mondo in ricostruzione. Tuttavia, anche se potrebbe sembrare paradossale, viste le premesse, il gioco venne inviato, come test, nelle caserme. Non c’era un campo né un regolamento studiato e specifico: sarebbero entrambi arrivati dopo.”

La scatola di gioco, in origine, comprendeva due porte in cartone e 22 omini, anche essi in cartoncino, incastrati su una semisfera in plastica. Il portiere si distingueva dagli altri per via di un’asta in filo di ferro conficcata nel supporto, uguale a quello delle altre miniature.

Il campo non era previsto. Come superficie per giocare si usavano, infatti, le coperte militari in feltro. Per questo motivo, all’interno delle prime confezioni del gioco, veniva inserito anche un gesso da sartoria, che consentiva di tracciare le righe su qualunque superficie in tela.

Foto: https://conankrom.jimdofree.com/

Tuttavia, il grande successo sul mercato del gioco fu decretato (già allora) dall’accuratezza dei disegni delle divise delle squadre, stampate su cartoncini riproducenti i giocatori, i quali venivano quindi visualizzati, in 2D, davanti e dietro.

Ma lasciamo continuare a Maurizio il racconto: Peter Adolph ebbe l’intuizione imprenditoriale di puntare sulle squadre. Investì il proprio denaro quindi su macchinari in grado di stampare, oltre alle ormai già celebri basi, anche miniature di calciatori in 3D, decisamente più accattivanti rispetto a quelle in cartone.”

“Ma l’imprenditore non si fermò ai giocatori: creò infatti, con la plastica, le porte, il recinto di gioco e altri accessori. Le prime squadre in questo materiale, le cosiddette OHW (old heavy weight), miniature vestite con una casacca con scollo a V e con una strana postura inclinata, atta a dare l’idea di movimento, vennero messe in commercio nel 1961.”

Foto: https://conankrom.jimdofree.com/

Queste miniature, tuttavia, lasciarono perplessi gli esperti del controllo qualità aziendale. Non ancora del tutto perfezionate, non fornivano un equilibrio perfetto durante il gioco. Si studiarono così delle modifiche, che portarono alla sostituzione delle OHW con miniature dalla postura più stabile, saldamente fissati alla base plastica, i cosiddetti “moulded'” che sono caratterizzati dalla fusione (che ne fanno un pezzo unico) con il piattello che chiude la semisfera della base.

Foto: https://conankrom.jimdofree.com/

“Con quest’innovazione, ci avviciniamo a qualcosa di simile a ciò che vedremo ai nostri giorni (inteso come gli anni ’70/’80 – ndr). Vennero messe in commercio le splendide scatole ‘Club Edition’, contenenti 2 squadre complete (una rossa e una blu), 2 porte, 2 palloni, e, finalmente, il campo, riprodotto su un panno in cotone vellutato, simile a quello del biliardo.”

“Questa novità porta all’affermazione definitiva del gioco. Il successo richiedeva però la creazione di squadre specifiche, cosa molto sentita dagli appassionati di calcio nel Regno Unito, mercato di riferimento al quale Peter Adolph si rivolgeva. Da questo, la necessità di dare una personalizzazione intensiva a questi nuovi prodotti, andando così incontro ai gusti del pubblico. Questo però si scontrava con le caratteristiche di produzione dei ‘moulded’, stabili ma col difetto di essere tutte uguali nell’inner (la chiusura della semisfera su cui poggia la miniatura), bianco per tutte le compagini.”

Certo, può sembrare una piccolezza, in fondo, guardando il prodotto, decisamente accattivante anche allora. Le miniature sono bellissime: colorate a mano, rosa per testa e collo, mani e cosce, marrone per capelli e scarpe (non erano, sui campi da gioco reali, anni di personalizzazione di scarpini e accessori), le maglie dagli storici colori, caratteristici di ogni squadra. Però, guardando dall’alto le riproduzioni, la cosa che più spiccava era l’inner, bianco per tutte le squadre e così facilmente confondibili con quelle dell’avversario.

Si tratta di qualcosa che, nel Regno Unito, non piace. Bisogna porre rimedio. “Si decise così di creare una nuova miniatura universale bianca, denominata HW (Heavy Weight) o rosa (per risparmiare il tempo di dipingere l’incarnato), con una barretta rettangolare sotto i piedi, che si sarebbe potuto incastrare in un inner di colore diverso. La base delle miniature sarebbe stata così composta dall’inner (di un colore) e completata dall’outer (la semisfera) di un altro colore. Così nacque l’Aston Villa con outer ‘Claret’ (granata) e l’inner ‘Sky Blue’ (celeste), il Liverpool con entrambe le parti di colore rosso, il Norwich con ‘outer’ verdi e ‘inner’ gialli, e così via.”

Foto: https://conankrom.jimdofree.com/

6 – Continua. La puntata precedente, coi riferimenti alle altre, la trovate qui