“Arbitro, sei un terrone”. Il mister riceve il daspo, ma quei bambini hanno già “imparato”: le società dove sono?

L’ennesimo caso di discriminazione e violenza, “soltanto” verbale, del mondo del calcio giovanile stavolta arriva da Pordenone. Il caso, riportato da tutti i giornali nazionali e della zona, è scoppiato sabato 9 novembre, nel corso di una partita di calcio della categoria “Esordienti”: quella in cui giocano bambini di 11 anni. Nel corso della gara, improvvisamente, il tecnico della Sacilese 2007 si gira verso la panchina e pronuncia contro l’arbitro l’indicibile: “Arbitro, sei un terrone”.

Un insulto che non è sfuggito ai genitori dei bambini, che subito si sono indignati, e fortunatamente al questore di Pordenone, che ha inflitto un Daspo di un anno al tecnico in questione. Allenatore che, tra l’altro, aveva già mostrato degli atteggiamenti verbalmente e fisicamente violenti anche verso i giocatori in campo e in panchina.

Insomma, una persona che nella vita dovrebbe fare tutto, tranne ritrovarsi a dirigere dei ragazzi in una fase della propria vita così delicata e di passaggio, dall’essere dei bambini all’adolescenza. Ovvero, uno dei momenti in cui il nostro carattere comincia a forgiarsi, finendo per essere fortemente influenzato dall’ambiente che ci circonda. E quell’insulto discriminatorio pesa il triplo sugli effetti che può provocare a quell’età. Perché i bambini sentono tutto e spesso imparano con altrettanta facilità.

Arriva il messaggio che insultare un arbitro sia giusto e lo si può fare facendo leva sulla sua provenienza territoriale, spesso presa di mira anche da parte delle tifoserie delle squadre che andiamo a vedere allo stadio. Quei ragazzi ci vedono e capiscono che, in fondo, è anche lecito farlo, se a pronunciare quelle parole è un adulto, il tuo “mister”, che a quell’età è quasi più un amico adulto da rispettare che un severo selezionatore di chi dovrà scendere in campo il week-end successivo.

Il tecnico dovrà ora rimanere lontano dagli impianti sportivi per un anno, ma l’augurio è che una persona così non si ritrovi mai più a dirigere una squadra. E, in questo senso, l’appello inevitabile va fatto alle società di tutta Italia: a quando un controllo serio su tutte le attività delle proprie squadre? Quando diventeranno “normali” quegli esempi virtuosi che esistono in più parti e vengono giustamente esaltati ora, ma che dovrebbero essere l’abitudine di ogni società sportiva?

Perché, come si sarà notato, gli effetti delle interdizioni e squalifiche sono limitati. Creano uno shock iniziale, ma a lungo termine finiscono per non toccare a fondo come dovrebbero le menti delle varie società. Il lavoro deve cominciare da più lontano, da una più attenta selezione del proprio personale e un controllo più stringente su quanto avviene. In sostanza, essere professionali senza essere necessariamente dei professionisti. Ed è la più grande lezione che tutti possono imparare da questa ennesima pagina nera del calcio di provincia.

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Nato a Monza nel '95, ha tre grandi passioni: Mark Knopfler, la letteratura e il calcio inglese. Sogna di diventare giornalista d'inchiesta, andando a studiare il complesso rapporto tra calcio e politica.