La Roma sorride dal dischetto. Note liete e qualche appunto dalla sfida con il Real

La prima all’Olimpico si chiude con un sorriso per la Roma di Paulo Fonseca, che ai calci di rigore ha la meglio sul Real Madrid regalandosi la Mabel Green Cup; la cronaca parla di una partita intensa nel primo tempo, con la Roma che si fa preferire al Real ma è costretta a inseguire i Blancos pareggiando con Perotti il gol di Marcelo e con Džeko quello di Casemiro al termine di un divertente primo tempo. Con le squadre più stanche nel secondo tempo ci sono più spazi e potenziali occasioni ma zero gol; si va ai calci di rigore, dove la traversa centrata da Marcelo al quinto penalty regala ai giallorossi la vittoria. Aldilà dell’esito della contesa, non mancano le note liete e gli spunti di riflessione per il tecnico lusitano.

La prima note lieta, in ordine di importanza, è la prestazione. Davanti a un avversario il cui blasone non necessita di presentazione alcuna, i giallorossi recitano lo spartito già visto in questo precampionato, fatto di un calcio propositivo e teso a prevaricare l’avversario grazie alla frizzantezza di Cengiz Ünder, Nicolò Zaniolo e Diego Perotti. Tante le occasioni create dai capitolini, che nel primo tempo mettono ripetutamente alla corda i Blancos anche per la scelta di Zidane di una difesa a 3 composta da Nacho, Varane e Éder Militão che in realtà convince assai poco: senza adeguata protezione dalla mediana, e regolarmente abbandonati al proprio destino dai “quinti” Marcelo e Carvajal, i malcapitati centrali del Real sono vedono sbucare i giallorossi da tutte le parti e nella prima frazione solo la mancanza di killer instinct dei ragazzi di Fonseca fa si che i padroni di casa non condiscano la convincente prestazione con un paio di reti di vantaggio sulle Merengues.

A livello di squadra, si è confermato però quanto emerso già nelle scorse settimane e in parte ammesso dal “reo confesso” Fonseca relativamente ai gol subiti: l’assetto e la filosofia del tecnico portoghese sembrano mettere i giallorossi davanti al rischio di incassare qualche rete di troppo. Nel primo tempo dell’Olimpico il Real Madrid non si affaccia praticamente mai sul serio dalle parti di Pau López, ma nelle due volte in cui ciò succede trova due reti (di cui una in evidente fuorigioco); nella ripresa, con le squadre più lunghe e stanche, i Blancos sono più spesso pericolosi in ripartenza ma fortunatamente per i locali Vinicius Jr. è veloce ma fumoso (almeno nella serata di ieri) e Jović ha le polveri bagnate. La presenza di due mediani come Cristante (tirocinante nel ruolo) e Pellegrini (adattato) può essere una parziale attenuante, ma rivolgendosi con la mente alle gare di Campionato dove non sarà difficile trovare compagini chiuse in difesa e pronte a lanciarsi in contropiede per Fonseca sarà indispensabile trovare una formulazione tattica che bilanci velleità offensive e difesa della porta di Pau López.

Pollici in alto, a livello di individualità, per Pau López, Bryan Cristante, Nicolò Zaniolo e Cengiz Ünder. Il portiere spagnolo, sbarcato a Roma destando la curiosità (quando non la diffidenza) di più di qualche tifoso e/o addetto ai lavori, è risultato determinante in particolar modo nel secondo tempo con un paio di ottimi interventi, risultando invece esente da colpe sui gol di Marcelo e Casemiro. Incoraggiante la prova di Cristante in mezzo al campo, con il centrocampista arrivato dall’Atalanta che per certi versi è sempre più calato nel ruolo non facendo mancare impegno e buoni risultati, pur se con un paio di punti interrogativi: il primo è legato alla capacità di verticalizzare, non propriamente nelle corde di Cristante, il secondo alla gestione del possesso in alcune fasi della gara che hanno visto l’ex-atalantino talvolta in difficoltà davanti al pressing avversario. Entusiasmante il ritrovato brio di Ünder, che sembra poter tornare sui livelli intravisti nella sua prima stagione giallorossa, così come è una buona novella per la Roma e per la Nazionale la prova di Zaniolo, che nel ruolo di trequartista alle spalle della punto può rivelarsi un’arma letale all’interno delle alchimie tattiche di Fonseca.

In aggiunto a quanto ora esposto, la gara dell’Olimpico lascia in realtà a Fonseca anche qualche punto interrogativo. In primis, la prima rete del Real Madrid con Florenzi in difficoltà sullo spunto di Marcelo rievoca l’annosa questione relativa al calciatore “fatto in casa” dei capitolini: da terzino, infatti, il ragazzo di Ostia vede giocoforza raddoppiato lo sforzo richiesto lungo l’intera corsia e quindi ridotta l’entità e la qualità del proprio apporto negli ultimi trenta metri, e al contempo sembra talvolta non avere nelle corde alcuni compiti di copertura che rischiano di mettere a repentaglio la porta giallorossa. Spostandoci in mediana, vale la pena di riflettere sull’attuale composizione del centrocampo della Roma in funzione del modulo pensato da Fonseca, il 4-2-3-1: Cristante il ruolo lo sta di fatto assimilando dopo aver giocato molto più vicino alla porta avversaria nelle ultime stagioni, mentre se consideriamo che Veretout la sua stagione migliore a Firenze l’ha vissuta da mezz’ala non esaltando e non esaltandosi da regista nella scorsa stagione (in una stagione però disgraziata per l’intera compagine gigliata), l’unico  centrocampista già “atto” al ruolo al 100% è Diawara. In ultimo, l’annoso affaire Džeko, accolto dai fischi dell’Olimpico ma capace di uscire raccogliendo il tributo (l’ultimo?) dei suoi tifosi, e risultando comunque fondamentale per la fase offensiva dei capitolini anche per il trend sempre più in picchiata di un imbolsito Patrick Schick; sostituire il bomber bosniaco non sarà affatto facile per chi dovesse raccoglierne l’eredità,  e in cuor suo Fonseca spera forse che da qui a fine stagione non ve ne sia bisogno.

In ultimo, un pensiero sul Real Madrid. Per usare un eufemismo, poco Galactico quello presentato a Roma da Zidane, vestito con un 3-5-2 che come detto in apertura ha convinto ben poco: poco protetto il terzetto difensivo composto da Nacho, Varane e Éder Militão, privi come già detto dell’aiuto degli esteri di centrocampo. Con Hazard a svariare sull’intero fronte offensivo in combutta con Benzema, con l’aiuto di Marcelo e Carvajal sugli esterni, il Real Madrid nel primo tempo non si è quasi mai visto dalle parti di Pau López; le due reti delle Merengues arrivano con lo spunto di Marcelo imbeccato da Modrić, e con l’episodico stacco di testa di Casemiro su calcio d’angolo. Meglio nella ripresa gli ospiti, quando Zidane abbandona la difesa a tre e anche per la stanchezza che gradualmente emerge sul rettangolo verde dell’Olimpico si rende pericoloso con Vinicius Jr. e Jović, poco concreti davanti alla porta. Se Fonseca porta a casa diversi spunti di riflessioni, in positivo e negativo, il lavoro non manca nemmeno a Zidane che però ha una settimana di tempo in meno rispetto al collega portoghese: domenica prossima, infatti, i Blancos iniziano la da Vigo la caccia al Barcellona di Valverde.

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Nato a Roma nel 1989, si avvicina al calcio grazie all’arte sciorinata sui campi da Zidane. Nostalgico del “calcio di una volta”, non ama il tiki-taka, i corner corti e il portiere-libero.