Reo confesso in Svizzera l’uomo che lanciò una banana a Kalulu

Anche in Svizzera esiste il problema ultras e prevenzione del razzismo negli stadi. Tempo fa, quando la testata si chiamava ancora MondoPallone, avevamo raccontato come viene affrontato il fenomeno, che riguarda anche l’hockey, sport molto popolare tra gli appassionati rossocrociati.

Il paese elvetico ha una storia di immigrazione molto più lunga e complessa della nostra, come ben sappiamo. Oltreconfine, le tensioni tra autoctoni e originari di diversi Paesi (tra i quali l’Italia) sono all’ordine del giorno, e hanno dato, talvolta, origine a episodi d’intolleranza. Vi è poi un fenomeno per ora ancora marginale alle nostre latitudini, vale a dire quello dei figli (e nipoti) degli immigrati, e delle problematiche legate alla loro integrazione.

Poi c’è quello, a noi del tutto sconosciuto (dal punto di vista delle aziende italiane), dei lavoratori frontalieri (persone che vivono oltreconfine ma che, ogni giorno, raggiungono la Svizzera per lavorare). Questa pratica avviene da decenni: tuttavia, specialmente nei periodi di crisi economica, come ora, è causa di malumori tra residenti e lavoratori stranieri (non solo italiani: a Ginevra, per esempio, sono i francesi ad attraversare ogni giorno la frontiera).

Si tratta di un discorso estremamente complesso, non affrontabile qua in modo completo. Tuttavia è un aspetto che ha toccato anche il calcio, come abbiamo potuto vedere in occasione dei recenti mondiali in Russia. Premesso questo, la Swiss Football League ha invece sempre osteggiato in modo fermo il fenomeno del razzismo negli stadi.

Assistiamo ormai da tempo alle partite in Svizzera e, a onor del vero, non abbiamo mai assistito a episodi paragonabili a quanto accaduto al Meazza il giorno di Santo Stefano e, in passato, in altri stadi della Penisola. Gli scontri tra ultras, invece, avvengono (anche qua fuori dagli stadi), e si cerca di prevenirli mediante dispositivi di ordine pubblico anche imponenti, come quello che abbiamo visto posto in essere a Berna lo scorso anno, in occasione della finale di Coppa Svizzera.

Aveva dunque fatto scalpore, in occasione del Clásico Basilea-Zurigo, alcune settimane fa, il lancio di una banana da parte dei sostenitori tigurini in direzione dell’atleta di casa Kalulu. La SFL aveva aperto un’inchiesta, come da prassi in questi casi. Tuttavia, Claudius Schäfe, nei giorni scorsi, aveva dichiarato (Blick.ch): “È difficile capire chi ha lanciato la banana. Certo, abbiamo delle telecamere ad alta risoluzione. Ma non sarà facile comunque.”

Nei giorni scorsi, il colpo di scena, come riportato dallo stesso quotidiano elvetico. Un tifoso dello Zurigo, tale Gökhan Cukur, ha dichiarato di avere lanciato lui la banana in campo: “No, niente razzismo: io stesso sono di origine turca. Eravamo nervosi, io e gli altri tifosi della curva, per come stava andando la partita (lo Zurigo è uscito sconfitto 2-0 – ndr), e ci siamo nessi a buttare oggetti in campo. Io ho lanciato quella banana perché ce l’avevo in un sacchetto assieme a del cibo, è stata la prima cosa che mi è venuta in mano. Nessuna intenzione di compiere un gesto di razzismo!”

Ora, come da regolamento, lo Zurigo andrà incontro a una sanzione economica, e anche il tifoso, per lungo tempo, non potrà più mettere piede in uno stadio. Il presidente Canepa ha commentato con il Blick l’episodio: “Ero convinto che la curva dello Zurigo non fosse razzista. Per quanto riguarda il tifoso reo confesso, verrà sanzionato: è vietato lanciare oggetti negli stadi. Tuttavia, ha il mio rispetto: oggettivamente non era facile da individuare, ma si è assunto le proprie responsabilità.”

Caso chiuso, dunque. Tuttavia, il problema non è certo risolto. Anche qua, come altrove, va tenuta alta la guardia, e il tutto deve passare attraverso progetti di educazione alla tolleranza, rivolti anche verso i più piccoli. Sotto questo aspetto, è interessante quanto sta facendo il FC Lugano.

Diversi giocatori bianconeri, capitanati da Fulvio Sulmoni, particolarmente sensibile alla problematica, si recano settimanalmente nelle scuole del Cantone, dove parlano coi ragazzi, affrontando i temi del bullismo e della discriminazione. Si discute di sport, dei suoi valori fondanti i quali, ovviamente, cozzano contro razzismo e intolleranza. Probabilmente, la strada da seguire è proprio questa.

 

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Da bambino si innamorò del calcio vedendo giocare a San Siro Rivera e Prati. Milanese per nascita e necessità, sogna di vivere in Svezia, e nel frattempo sopporta una figlia tifosa del Bayern Monaco.