Il quinto uomo

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L’ennesimo caso di labiale catturato e diffuso pone anche l’occasione per riflettere su quale sia il potere delle telecamere e quale l’influenza che facilmente è possibile generare sulla platea di un evento sportivo.

Se nel recente caso della lite tra Sarri e Mancini era stata la denuncia in sala stampa del tecnico nerazzurro a sollevare la polemica e chiamare in causa il riscontro per immagini, l’ultimo caso riguardante il romanista De Rossi e il bianconero Mandzukic nasce invece senza denuncia di parte, per iniziativa chiamiamola “d’ufficio” da parte degli addetti ai lavori.
Evitando di entrare nel merito – laddove comunque lo iato tra moralismo e maleducazione difficilmente viene mediato tanto dal riferimento al segreto del campo quanto dal richiamo al principio per cui “i bambini ci guardano” – è interessante però notare come vi sia un potere discrezionale costituito in capo agli operatori mediatici non esente dal suscitare interrogativi.
L’ex arbitro Casarin, attento osservatore delle dinamiche di campo e opinionista storico delle trasmissioni RAI, faceva notare – sintetizzando – che non esiste un mandato riconosciuto ai registi di scegliere quali immagini siano da diffondere e quali invece da consegnare all’oblio. Ad esempio, tutto sappiamo del labiale di De Rossi e della sua volgare eloquenza, nulla delle provocazioni di Mandzukic. E se prestassimo orecchio alla facilità con cui ultimamente emergono su carta stampata e pixel televisivi gli insulti normalmente eterei del campo, possiamo lecitamente supporre che ve ne siano altrettanti sommersi. Magari a sfondo razziale, discriminatorio, gravemente offensivi verso situazioni private o semplicemente provocatori, oltre il limite per il quale al semaforo scatterebbe un redde rationem tra contendenti.

Né le norme consentono attualmente al giudice sportivo di acquisire qualunque elemento probatorio. Magari la spinta esigua di un giocatore ad un arbitro viene sanzionata con cinque giornate di squalifica perché non è possibile soppesare l’entità di un contatto mano-spalla, mentre un’offesa degradante tra due giocatori non può essere presa in considerazione per insufficienza di prove o possibile distorcimento del labiale. Disciplinare una casistica infinita resta comunque attività poco incline alla immediata codifica e porterebbe ad un rischio burocrazia stremante.
Tra gli innumerevoli esempi storici di episodi captati dal “quinto uomo” e sfuggiti in un primo momento ai quattro di campo, è facile pensare alla celebre testata di Zidane a Materazzi. Ma in quel caso, alla diatriba verbale si era aggiunta la condotta violenta. Ed è normalmente questa la situazione in cui scatta la ricerca dell’ausilio tecnologico. Almeno, secondo la logica di prassi sinora adottata.

La questione quindi è: siamo sicuri di voler delegare alle immagini il ruolo di Grande Moralizzatore del campionato? E qualora prevalesse questa ipotesi, levando al campo una franchigia per insulti, entro quali limiti? Un’idea potrebbe essere quella di evitare la gogna discrezionale quanto meno a caldo, consegnando la prova al giudice sportivo e lasciandogli la valutazione della rilevanza e l’eventuale sanzione, prima di dare episodi singoli e puntuali in pasto alla faziosità dei tifosi e alla celerità distributiva della rete.
L’idea opposta è quella di continuare a selezionare episodi a campione, ammantandoli di valore esemplare, con buona pace di chi parla con la mano davanti alla bocca o può giovarsi della distanza della telecamera. In nessun caso ci si esimerà dai rischi di facile moralismo, demonizzazioni mediatiche o avalli di sgradevolezze culturali (alle quali del resto ci ha abituato in primis il massimo rappresentante federale, Presidente Tavecchio, con le sue uscite spiacevoli nemmeno troppo a caldo).
In ogni caso, la delega in bianco ai registi di turno è una soluzione che non può bastare. Nemmeno se corroborata dall’ulteriore delega a codici etici volontaristici e altrettanto volubili. Lega, se ci sei, batti un colpo.

Paolo Chichierchia
Paolo Chichierchia
Nasce nel 1972 a Roma, dove vive, lavora e tifa Fiorentina. Come Eduardo Galeano, ritiene che per spiegare a un bambino cosa sia la felicità, il miglior modo sia dargli un pallone per farlo giocare.

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