NBA – Personaggi 2015: Lamar oppure Odom, a voi la scelta

Il figlio di Cathy e dell’ubriacone aveva scritto 36, con 19 nel solo e decisivo terzo quarto, giocando in cinque ruoli solo perché nel basket non ne esiste un sesto.
Federico Buffa, “Black Jesus: The anthology”

Ma come sei vestito? Sei appena uscito dalle prove con la banda?

Ecco, questa invece l’ha detta Phil Jackson, quando Lamar Odom si presentò a un allenamento dei Los Angeles Lakers con un vestito improponibile anche per gli altalenanti standard NBA. Che tempi, quelli di Jackson e Lamar assieme ai Lakers. Due titoli NBA consecutivi, proprio quando sembrava che per il mitico coach non ci fosse più speranza di riempire tutte le dita delle mani di anelli. Il nativo del Queens era ciò che Jackson aspettava forse da tutta una carriera: un giocatore speciale, un play dentro un corpo da ala grande, che rifiuta di andare a canestro anche quando ha un mismatch decisivo, anche quando potrebbe segnare lui. Nel famoso “triangolo”, forse il più irrinunciabile.
Il viso spontaneo di Lamar al centro dell’huddle giallo-viola. Kobe Bryant che lo lascia giocare a fare il leader. Un gancio che entra, e dalla prima fila un tifoso che gli dice “Gran tiro Lamar!”; lui che risponde “Grazie!”
A Natale, un bel “Merry Christmas” a tutti gli abitanti del parterre, poi una sosta da Adam Sandler (attore di origini ebree): “Happy Hannukkah!”
E se i ragazzini gli chiedono un autografo, si dilunga a parlare con loro, per accontentarli tutti, anche se sa di prendere una multa dalla società per il solito ritardo nel check-in all’aeroporto per tornare in California.
Benedetto, benedetto dagli dei del basket con un corpo coordinato, con un’intelligenza fuori dal comune, con il successo quando ancora aveva 15 anni ed era un ragazzo del Queens in cerca di un’identità. Quando già lo portavano in trionfo nei tornei tra high school, quando dominava nell’ombelico dell’ordine cestistico mondiale.

E fin qui Lamar, perché come ha detto lui stesso: “Esiste Lamar, quello umile, poi esiste anche Odom!”

Odom è l’alter-ego. E ci dovrebbe essere un aggettivo a chiudere questa frase; forse “sfortunato”, forse “ingrato”, forse “stupido”. In un modo o nell’altro, dovremmo giudicare, cosa sempre sbagliata a prescindere e questa volta proprio fuori luogo.
L’ubriacone eroinomane, chiaramente, se ne andò che Odom era in fasce. Cathy, invece, è stata vicino al figlio fino a quando il ragazzo aveva 12 anni. Poi un tumore al colon l’ha portata via con sé: Odom quella sera prese il pallone da basket e andò al Lincoln Park, sempre nel Queens, dove tirò a canestro fino al mattino seguente. Ma la coperta fornita dalla pallacanestro non era abbastanza lunga per coprire tutto ciò che la vita gli stava per tirare addosso.
Nel giugno del 2006 Odom tornò a New York da Los Angeles. L’occasione era funerea, visto che c’era da piangere la perdita di una zia. Il suo appartamento, parte del complesso in cui nacque e dove ha eseguito vari lavori di riqualificazione, accolse la sua famiglia, cioè la compagna e i suoi tre bambini: Destiny, Lamar e il piccolo Jayden, nato l’anno precedente. Nella notte tra il 29 e il 30 di quello stesso mese, Odom tenne il corpo senza vita di Jayden tra le mani per oltre tre ore; il bambino perì infatti per cause naturali, nel sonno.
Odom ha anche perso i suoi due migliori amici nel giro di dieci giorni nel giugno 2015.
E non ci sono solo le tragedie a definire il comportamento successivo di Odom, ma un generale senso di incomprensione con tutto e tutti, che minacciò di deragliare qualsiasi immensa possibilità che il basket dava a Lamar. Odom infatti cambiò tre licei (“stupido, stupido, stupido” ammise durante un’intervista) e due università (la prima, UNLV, si ritrovò anche squalificata per quattro anni perché lui accettò un pagamento, cosa vietata in NCAA). Odom, quando i Lakers tentarono di scambiarlo con Chris Paul in una mossa che vide un raro veto da parte dell’NBA, pianse come un bambino.

Nella vita c’è sempre una possibilità travestita da scelta. E in questi giorni, con la vita di Lamar Odom appesa a un filo, con i polmoni e i reni al collasso mentre il cuore balbetta e lui non respira autonomamente, potete scegliere. Potete scegliere di pensare a Lamar, il clamoroso cestista, il compagno di squadra perfetto, l’arma da basket più letale del Queens, quel giovane mito che nel suo viaggio attraverso la pallacanestro americana l’Avvocato ricorda con devozione, quello per cui il signor Kobe Bryant interrompe l’allenamento e corre all’ospedale, quello che rimane un’ora coi ragazzini a fine partita in trasferta nonostante la multa.
Oppure potete scegliere di guardare solo a Odom. Giudicare il modo in cui si è fatto fagocitare da Los Angeles, dalle Kardashian, dalle finte promesse che essere una celebrità gli ha sbattuto in faccia. Giudicare il fatto che si sia fatto portare in coma da tre giorni sregolati in una casa d’appuntamenti dopo una vita che l’ha messo alla prova come a pochi, per fortuna, succede.

Avete una possibilità.
Lamar oppure Odom, a voi la scelta.

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È convinto la vita sia una brutta imitazione di una bella partita di football. Telecronista, editorialista, allenatore. Vive di passioni quindi probabilmente morirà in miseria. Gioca a golf con pessimi risultati; ma d'altra parte, chi può affermare il contrario?