Verità che non lo erano

Sembra proprio che dobbiamo parlarne ancora (e per fortuna che lunedì c’è l’assemblea elettiva, così sapremo di che morte dovremo morire). Dobbiamo parlarne ancora, perché non si smette mai di parlarne. Di sparlare (di qualcuno) e di sprecare fiato (con dichiarazioni singolari).

Il campo è il solito: la presidenza federale. Gli antefatti li conosciamo: dimissioni irrevocabili di Abete, Tavecchio prima candidato unico e poi candidato favorito. Nel mezzo, Opti Poba e una campagna elettorale scontata e inutilmente lunga. Soprattutto, piena di dichiarazioni fatte per giustificare le prese di posizione.

Ci sono degli interessi in gioco, e nessuno li discute. È il gioco delle rispettive parti: ognuno sostiene un proprio candidato, ognuno cerca di tutelare i propri interessi. Ma almeno bisognerebbe evitare di coprirsi di ridicolo. Abbiamo già citato, una settimana fa, Abodi secondo cui «Tavecchio è una novità». Sicuramente anche Napolitano al Quirinale era una novità, nel 2006: mai stato presidente della repubblica in precedenza. Credo che l’esempio sia chiaro.

La novità di ieri è che Albertini sarebbe il candidato dei poteri forti (l’interessato smentisce). Con tutto il rispetto: se davvero fossero così forti, forse non sosterrebbero il candidato di minoranza; e non penso che le quattro leghe siano poteri inferiori ad allenatori e giocatori, anzi (sono quelli che ci mettono il denaro… più forti di così).

Altra novità, nuovamente dalla bocca di Abodi: «per la prima volta le 4 Leghe, che rappresentano il perno organizzativo dei campionati, hanno trovato un’unità d’intenti che non c’è mai stata e questo testimonia la volontà di lavorare sull’ammodernamento del sistema». Suona come una verità, e potenzialmente potrebbe persino esserlo. O potrebbe risolversi nel suo esatto contrario: tutti insieme e tutti d’accordo per mantenere lo status quo.

Se pure è vero che la frase di Tavecchio è stata strumentalizzata, come sostiene Tardelli, dovremmo anche ricordarci che, come dire?, non era propriamente felice. Come minimo, c’è stato un autogol di quelli pesanti, con un forte danno di immagine ai danni di se stesso e dei propri elettori. I quali, però, sembrano non essersene accorti.

Poi citiamo Bertotto, commissario tecnico dell’Under20 di Lega Pro: «Credo che chi gioca a calcio debba pensare solo al campo, senza interferie su coloro che devono legiferare». Suona vero: a ciascuno il proprio ruolo, senza deroghe. Ma, a pensarci bene, è come sostenere che i lavoratori di qualsiasi categoria non hanno diritto di parola, di dissenso e di iniziativa nei confronti dei loro stessi datori di lavoro. In barba a molti diritti civili e sociali guadagnati nel corso degli ultimi secoli. Cosa succederebbe il giorno che Bertotto non fosse più d’accordo con i suoi superiori?

Chiudiamo poi con Claudio Lotito (altro probabile vicepresidente federale), secondo il quale «sarebbe errato dare la gestione dell’azienda al sindacato» in virtù di «una visione manageriale». Suona vero, e non mancano gli esempi a suo favore. Ma è anche vero che senza sindacato non sempre si va lontano. A salvare, risanare e rilanciare Chrysler hanno contribuito tre fattori: la politica statunitense, la FIAT (con il proprio piano e il proprio ingegno) e la United Automobile Workers (UAW), un sindacato. È solo un esempio, e fin qui è stato fortunato; il punto è che non si può gestire qualcosa (un’azienda, una società, una federazione) ignorando i lavoratori, e in ogni caso non è detto che la managerialità sia la soluzione di tutto. Crisi economica docet.

Soprattutto, poi, viene da chiedersi: escludendo l’ipotesi che il sindacato (dei giocatori, degli allenatori) sia l’incarnazione terrena dei poteri forti del calcio, dove sta la verità/realtà? Peraltro, a seconda dell’angolo visuale conveniente, per l’anticomplottista Abodi i poteri forti non esistono perché «il Palazzo non c’è, semplicemente perché non esiste» (dev’essere una distorsione dovuta al fatto di viverci dentro).

Quindi, cari presidenti (di lega o di società), decidetevi: o Albertini è il candidato dei sindacati, o è quello dei poteri forti. Tertium non datur (usiamo latinismi per compiacere Lotito, chiaramente). Il problema non è Albertini o Tavecchio; è che stiamo parlando di tutto pur di non parlare del calcio. E che avremo comunque un presidente risicato e con troppe cambiali da pagare. Verità che non lo erano (o non del tutto). Ma i voti, lunedì, quelli saranno davvero autentici.

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Cofondatore e vicedirettore, editorialista, nozionista, italianista, esperantista, europeista, relativista, intimista, illuminista, neolaburista, antirazzista, salutista – e, se volete, allungate voi la lista.