La partita di… Luciano Savarese

Partiamo da un presupposto per me fondamentale: la scelta della mia squadra di calcio del cuore ruota attorno un episodio storico, ovvero il famoso Milan-Juventus 1-6 del 6 aprile del 1997. Fosse finita con qualsiasi altro risultato, la mia fede avrebbe virato verso la sponda rossonera di Milano. E invece no: scelsi il Milan per un manciata di partite, ma poi,  ascoltando alla radio quel massacro sportivo diedi ascolto a mio padre, cedendo alle sue lusinghe e implorazioni. “Papà, da stasera anche io sono della Roma”. In fondo – dissi tra me e me – “più scarsa del Milan non può essere”. Pensieri e parole di un ragazzino ingenuo, ma follemente innamorato del pallone. Col senno del poi non finirò mai di ringraziare mio padre: la Roma da quel momento è entrata nel mio cuore, al di là dei risultati sportivi e delle cocenti delusioni patite nel corso degli anni.

Concluso il doveroso preambolo, passiamo alla mia partita. Correva l’anno 1999, e la Roma – ancora in corsa per un posto in europa – ospita allo “Stadio Olimpico” la disastrata Inter di Roy Hogdson, reduce da una serie imbarazzante di risultati e di cambi di allenatori. Non avendo Telepiù, decidiamo con papà di gustarci il match in un bar notoriamente frequentato da tifosi interisti. Un pò sfidando la sorte, un pò per convenienza. Io e lui, da soli nella tana del lupo. Sulla panchina giallorossa siede Zeman, il tecnico boemo garanzia di spettacolo e meno di risultati. Uno mai banale. Verace, onesto. Una mosca bianca nel panorama del calcio italiano dell’epoca ( e non solo). Pronti via e l’Inter sblocca la sfida con Ronaldo: il “fenomeno” brasiliano elude la trappola del fuorigioco capitolina, supera Konsel in uscita e deposita la sfera nella porta sguarnita. Intorno a noi esplode la festa. Non sazi, i neroazzurri dilagano nella metà campo della mia Roma, e una manciata di minuti dopo raddoppiano con Ivan Zamorano. Sgomento alzo lo sguardo verso il babbo, quasi a sentenziare la mia delusione, che da li a poco diventerà frustrazione. Francesco Totti dal dischetto prova a rianimare la sfida, ma l’illusione dura poco, giusto il tempo per Zamorano di infilarsi nelle maglie larghe della difesa giallorossa e infilare il 3-1.

Qui comincia un’altra partita. La mia partita e quella della Roma. “Andiamo via da qua, non posso resistere”. E poi le lacrime a dirotto. Papà – anche lui scosso e nervoso – decide di assecondarmi e mi riporta a casa. Durante il breve tragitto dal bar a casa, già discutevamo delle scelte tattiche che ci avevano portato alla sconfitta, puntavamo il dito verso i presunti responsabili, sbraitando contro tutto e tutti. Io lo facevo continuando a piangere. Giunti a casa accendiamo la radio. Le frequenze sono disturbate, e la radiocronaca procede a scatti. Fino al grido del radiocronista rai, che con impeto e foga –  unito a una grande dose di stupore – annuncia il pareggio della Roma. ” Marco Delvecchio con una splendida incornata riporta in parità la sfida: siamo 3-3!”

Il paradiso all’improvviso. Nel breve volgere di pochi attimi si è passati dalla disperazione alla gioia irrefrenabile. Papà mi alza e festeggiamo insieme. Prima Paulo Sergio e poi Delvecchio mi stavano regalando un sogno. Spesso, quando vado a spasso nel tempo con la mente, mi ritornano in modo limpido quegli attimi di pura felicità. Mi restituiscono l’adolescenza perduta, facendomi riassaporare un distillato di emozioni uniche e genuine. Intanto l’orologio del match va avanti, e con esso quello della storia. E le giocate dell'”Olimpico” ne scandiscono lo scorrere, tra un brivido e l’altro.

Ancora una volta il fuorigioco errato. Zamorano corre verso Konsel – solo e indisturbato  – e il gol è questione di attimi. Lo segna ancora Ronaldo. Cala il gelo. “Ce la facciamo papà, pareggiamo ancora, non possiamo proprio perderla questa partita”. In bilico tra speranze e realtà, Totti svirgola il pallone e serve involontariamente un assist al bacio per Eusebio di Francesco: 4-4, ancora parità. La lucida follia della sfida prosegue. Io intanto prendo la maglia della Roma e la indosso. Quasi a testimoniare il legame indissolubile con essa. Tatuata addosso, ieri come oggi.

Per storia e tradizione – e di questo me resi conto con il passare degli anni – un match del genere non poteva che finire in modo beffardo per i colori giallorossi. I conti con i fantasmi della propria storia, che affiorano inesorabili nel momento più tragico e adrenalinico, si manifestano quando le pulsazioni del cuore segnano l’apice. Sono il gong della sfida. E, in parte della vita. Almeno per quegli istanti. A suonarlo ci pensa “El Cholo” Simeone, che raccoglie la pennellata dell’immenso Roberto Baggio e condanna un popolo. Crudeltà e gioa sono la faccia della stessa medaglia. Il bambino di 10 anni ricomincia a piangere. A lui quella sera hanno strappato un sogno. Si rifarà col tempo, ma non con titoli e successi, ma scegliendo di tifare Roma. E poi, come amava ripetere sempre Dino Viola: ” La Roma non ha mai pianto e mai non piangerà: perché piange il debole, i forti non piangono mai “. Ma, nella più delicata delle transizioni umane, spiegarlo a quel fanciullo in lacrime sarebbe risultato difficile anche a un uomo dello spessore e della grandezza di Dino Viola. Siatene certi.