Due pesi e due misure

Alzare il braccio e ritrovarsi per tutta la vita fuori da tutte le nazionali, dalle under alla maggiore. Ok, forse non ha solo “alzato il braccio”, lo ha teso, a mo’ di saluto romano: Georgeos Katidis, centrocampista del Novara, nel marzo scorso, in una sfida tra Aek Atene e Veria, fa gol e corre sotto la sua curva, tra l’altro storicamente di sinistra, e propone quel saluto che dalle parti nostre abbiamo già visto fare nel 2005 a Paolo Di Canio.

Due gesti uguali, tre grandissime differenze.

Differenza numero uno: la consapevolezza di ciò che si sta facendo. Katidis, in seguito al gestaccio, si è scusato più volte sia con i suoi ex tifosi, sia con la società – che lo ha messo immediatamente fuori rosa – sia con la stampa mondiale. Ha dichiarato che era ignaro del significato di quel gesto, e di averlo eseguito dopo aver visto un filmato tutt’altro che politico su Youtube in cui un personaggio, entrando in una sala gremita di persone, tendendo il braccio in quel modo scatenava un putiferio di risate e applausi. (Sia chiaro: ipse dixit, e sta a ognuno di voi giudicare, credergli, oppure no). Riguardo a Di Canio, invece, è ovvio che sapesse benissimo cosa stava facendo, che sapesse benissimo lo schieramento politico della sua curva, e che conoscesse benissimo il significato storico di quel gesto.

Differeza numero due: la pena subita. Katidis, come detto, è stato immediatamente escluso a vita da tutte le nazionali, e messo fuori rosa dall’Aek. Adesso, aquistato dal Novara, club disposto a concedergli la classica “seconda chance”, e… stando al punto uno, sembra veramente improbabile che ora che sa cosa vuol dire il braccio teso e la mano aperta, il ragazzone greco ricada nello stesso errore. Di Canio? Squalificato per una giornata, e 10 mila euro di multa.

Differenza numero tre: la maturità. Katidis ha venti anni, e a venti anni di fesserie se ne fanno a milioni. Lungi da me volerlo giustificare, ma lungi da me anche comportarmi come le classiche tre scimmiette, e non voler né vedere né sentire giustificazioni o scuse. Ha sbagliato, giusto – giustissimo – che paghi. Ha sbagliato, però, a venti anni, pensando (ribadisco: ipse dixit) di fare un qualcosa di tutt’altro che offensivo. Venti anni, mentre Di Canio, nel 2005, di anni ne aveva trentasette. Un’età in cui il buon senso dovrebbe prevalere sull’istinto.

A ogni modo, il mio discorso non vuole puntare il dito contro l’ex capitano della Lazio, o capire se il giovane talentino del Novara abbia voluto o meno oltraggiare la memoria dei tanti caduti per mano del Fuhrer. Ciò che voglio è sottolineare come sia praticamente impossibile, per due popoli geograficamente neanche tanto lontani, considerare un qualcosa “ingiusto” in maniera uniforme. Basta attraversare l’Italia, tuffarsi nello Ionio, sguazzare nell’Egeo, riaffiorare nella Magna Grecia, e un gesto ti vale una carriera. Torni da questa parte, e tutt’al più ti riposi una giornata. Imbarazzante, sia da una parte che dall’altra.

Accantonando Di Canio, però, che è acqua passata, e tornando a Katidis… in conclusione, mi sento di dar ragione al Novara. Sia chiarissimo: profondo rispetto per chi si è sentito indignato dal suo gesto, però il Novara lo ha prelevato e ha voglia di credere in lui, un ragazzo che tra l’altro, calcisticamente, sembra proprio avere del talento da vendere. La durissima punizione inflittagli in Grecia, esagerata o non che sia, di certo gli è servita almeno per imparare un po’ di storia. Perché ignorantia legis non excusat, e nemmeno ignorantia historiae, in quanto historia magistra vitae est. La storia è maestra di vita: consente di imparare, di fare esperienza. Di ovviare agli sbagli commessi, e se veramente quello di Katidis lo è stato, uno sbaglio, beh: assurdo non dargli la possibilità di rimediare.