Home » Un gigante coming out

Duecentotredici centimetri, più o meno. E anche centosedici Kg, con altrettanta approssimazione. Possibile che uno così grosso, giocatore duro, uomo da storie tese sui parquet della NBA, sia omosessuale? Faccio una domanda volutamente provocante, perché certo che è ovvio che lo sia, ma le voci, i commenti e le chiacchiere di questa settimana su Jason Collins pesano ben più di 116 chili, arrivano più alto dei 2 metri e 13 di questo pivot.

Terreno scivoloso, perché il pregiudizio vede dietro l’angolo il pregiudizio del pregiudizio. E perché di sport americani è difficile parlare: società diverse, regole “non scritte” diverse, eco delle notizie che varca l’oceano cambiando significato. Prendiamo la notizia per quello che è: Jason Collins, centro già dei New Jersey Nets e dei Boston Celtics, ha fatto coming out. Dichiarando al mondo intero, tramite una lettera, a tratti commovente, a Sports Illustrated la sua omosessualità.

Taciuta per anni, nascosta a media e compagni, lasciata trapelare con molto timore anche fra le mura domestiche. Un ragazzo come gli altri (e ci mancherebbe), un lavoratore professionista che si carica di pensieri quando la Corte Suprema, a due passi da casa sua, decide se ascoltare o meno gli attacchi ai matrimoni gay. Per fare un passo molto lungo, un salto (anche) nel vuoto: Sono un centro dell’NBA di 34 anni. Sono nero. E sono gay.

Sgombro il campo da un po’ di equivoci, luoghi comuni, ritornelli che la rete e il tam tam delle opinioni sollevano: dichiararsi non è esibizionismo, è fatica. Ciò sicuramente traspare dalla lettera: “Se mi fossero state fatte delle domande, avrei architettato dell mezze verità. Che peccato dover mentire mentre si celebra l’orgoglio. Voglio fare la cosa giusta e non nascondermi più. Voglio marciare per la tolleranza, l’accettazione e la comprensione. Voglio prendere una posizione e dire: anche io“.

Parlarne è anche stucchevole, delle volte, perché sono notizie che tali non dovrebbero essere. Soprattutto perché nel mondo, qualsiasi discriminazione, andrebbe superata. Per banale che possa sembrare, lo sport fa parte della vita, ne è immagine amplificata e resa eroica dalle cronache. Dai sentimenti personali e collettivi che muovo, dal denaro che mettono in circolo: Jason Collins ha bisogno di fare coming out perché per anni si nasconde, perché dal cestista non te lo aspetti (?), perché fa più rumore di Megan Rapinoe.

Già, lei. Calciatrice statunitense dichiaratasi lesbica nel 2012, premiata dal Los Angeles Gay and Lesbian Center. Un premio ritirato con orgoglio. Un premio meno rumoroso, e non solo perché un cestista NBA è più famoso nel mondo ma in quanto, come scrive Sciltian Gastaldi sul Fatto Quotidiano, “è tempo allora che la società chieda scusa tutti gli atleti e le atlete gay e bisessuali costretti a nascondersi, ma anche a tutte le atlete eterosessuali che sono state etichettate come “maschi mancati” o “lesbiche” solo per via dei loro risultati sportivi eccezionali“.

Senza pregiudizi, pregiudizi sui pregiudizi, pregiudizi che partendo dai pregiudizi creano altri pregiudizi: leggete la lettera di Collins, nella versione originale o in traduzione. Una lettera sinceramente umana. Un aggettivo che delle volte ci dimentichiamo di abbinare allo sport.