L’incoscienza di Zeman

Un po’ di pazienza, amici della Roma. Fa niente se la vostra squadra prima vince a Milano e poi ne becca tre dal Bologna, nel giro di dieci minuti. O se, a sua volta, ribalta uno 0 a 2 facendone quattro a Genova, per poi subire ancora la rimonta peggiore con l’Udinese. Fa niente, davvero.

E’ arte: e l’arte se infischia dei risultati. Anzi, se fossi giallorosso sarei in sospetto di fronte ad una Roma continua. Significherebbe che qualcosa sta mancando, al perfetto meccanismo di Zeman. Perfetto perchè è la cosa più lontana dal razionale. Finchè non ci si astrae è tosta da comprendere: Zeman funziona solo nell’altalena di verdetti. Niente è più simile alla vittoria fuoricasa, magari a scapito della big, che il rocambolesco cappotto domestico con l’ultima in classifica. La stessa materia, insomma. Finchè non ci si astrae, dicevo: ma è dura chiederlo ai tifosi. Ai tifosi delle squadre, intendo. Lo possono afferrare solo un altro tipo di tifosi: i tifosi di Zeman. Cioè l’unico in Italia capace di costituire un partito trasversale e altrettanto fideistico, in cui assortire romanisti e laziali, napoletani e salernitani (come accade a me, per esempio), foggiani e leccesi, più frequenti contributi dal nord, da sostenitori di Milan, Inter e persino della Juve. Si, giuro, ho sentito vari juventini adorare il boemo come un guru.

Se sei zemaniano lo ami, e ami le sue squadre, al di là della tua personale fede. E soprattutto al di là della classifica. Non l’ho mai visto fare quello che la gente si aspettava. Forse è allergico, non so. Ti mostra la caleidoscopica ruota dell’esistenza, ad ogni modo. Litiga a morte con Casillo, suo patron al Foggia? Ed è l’unico ad andare a trovarlo alla sua uscita dal carcere. Vedi la sua squadra seppellire di reti il Genoa, giocando a ritmi vorticosi, con Totti in stato di grazia e Osvaldo che fa faville? Bene, la settimana dopo, mentre sta sbranando i friulani – due gol sopra – mica si ferma e amministra il risultato. No, lui attacca. Deve far divertire il pubblico, è la sua missione. E, inesorabilmente, perde. Ma non conta, è l’arte, è la vita, è l’arte di vivere. Di un’unica cosa terrei conto, o giallorossi.

E qui uso il vocativo perchè è roba importante: Zeman è a disagio nelle società grosse. Ha in odio lo sfarzo, il centro dell’attenzione, mentre ama le periferie e gli ultimi dell’umanità. Un Cristo tra i calciatori, per citare Di Donato. Mi diverte pensarlo come un madonnaro. Di quelli geniali, però. Che dipingono capolavori nei posti meno lussuosi, con i colori più poveri. Al posto della tela hanno il marciapiede. Poi, ad opera compiuta, si alzano e se ne vanno. Perchè devono proseguire il loro cammino, lasciando che quello che hanno fatto si dissolva materialmente e resti nella memoria, nell’immaginario delle persone.

Tu lo guardi andare via, di spalle. E resti zemaniano per sempre. “… si era fatto il viaggio tutto in terza classe, perché era lì che Novecento suonava, quando non suonava le note normali, ma quelle sue, che normali non erano”. (Novecento, Alessandro Baricco)

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Nasce a Napoli nel maggio '80. Ha fatto di tutto per evitare il giornalismo fallendo, ha collaborato per anni con Repubblica Napoli e Agoravox. Attualmente sbarca il lunario con l'editoria artistica.