Cinquanta metri dentro il cielo

Io non lo dovrei dire, questo.
Ma l’onestà prima di tutto.
Almeno quando si parla di cose amene, che poi per molti sono serissime.
Ecco, io non dovrei proprio dire che è sbagliato paragonare il gol di Miccoli di domenica 30 settembre, quello da centrocampo chiaramente, a quelli di Maradona contro Lazio e Verona degli anni ’80.
Ma è sbagliato. E lo dico.
Anzi, dirò di più: ogni volta che un giocatore segna da centrocampo si tirano in ballo quelle due reti, ma non è corretto.
Fu così con il magnifico tiro di Mascara, contro il Palermo (certo che il Barbera sta diventando il palco ideale per questo genere di esecuzioni), con la prodezza di Vieri nell’ultima stagione all’Atalanta, o la stoccata di Quagliarella, quando militava nella Samp, ai danni del Chievo; così come si scomodò il paragone quando lo stesso attaccante stabiense colse una splendida traversa contro il Livorno (anche se a molti sembrò varcare la linea di porta) nell’unica annata in azzurro. Sempre da là, da quella distanza che segna il confine tra il gol normale, uno che sono buoni a segnare tutti, e il gol da cineteca. In sorte a campioni o specialisti.
Perciò tirano in ballo il Pibe de Oro. che possiamo ricordare per ‘rabone’, punizioni da punti assurdi, colpi di testa a filo d’erba e qualche rovesciata. Per quante cose, possiamo ricordarlo. Troppe, forse. Ma non per i tiri da centrocampo: l’unica volta che ci riuscì fu in un’amichevole, in Argentina, contro una formazione di onesti dilettanti, direttamente dal cerchio di inizio.
I due che segnò nel campionato italiano furono gol eccezionali per altri motivi: il primo, contro la Lazio, passò agli annali perchè Diego (oltre a siglare in tutto tre reti, di cui una dal calcio d’angolo) raccolse una respinta sbagliata e, cadendo, riusciì ad alzare la sfera in una beffarda palombella praticamente alla cieca, da terra, tra lo stupore di portiere ed avversari. Una rovesciata da terra non è da tutti. Ma eravamo poco dopo il limite dell’area.
Il secondo, contro il Verona, fu effettuato da una distanza appena più lunga: tuttavia sarà stata di trenta metri. La sua bellezza fu nel tocco che, mentre solitamente è potente in tiri da fuori, riuscì dolce come una carezza. Un leggero esterno e la palla decollò sopra la difesa scaligera, andando a sfiorare il palo dietro ad un Giuliani allibito, prima di insaccarsi.
Forse, su capolavori del genere, scomoderei quello che realizzò contro il Milan, in un 4 a 1 dell’88: gol da trenta metri, ma di testa. Pallonetto incredibile a superare Galli. Si, di testa.
Con questo non voglio nè bestemmiare nè sminuire le imprese del Pibe, giammai. Ma sappiamo che l’accostamento viene fatto per lusingare il suo autore, specie nel caso di Miccoli che di Diego è tanto fanatico da aver riscattato, qualche anno fa, il suo orecchino sequestrato dal fisco italiano. Eppure, in comune con le opere di Maradona il tiro da centrocampo ha anche altro. Fenomenologicamente, azzarderei. Nel senso che lascia la dimensione sportiva per consegnarsi a quella artistica. Una parabola visionaria, folle, iperuranica. Il momento in cui il giocatore la effettua ‘sente’ qualcosa nell’aria: sarà l’uscita dai pali del numero uno avversario, la traiettoria di caduta del pallone, la freschezza della sua gamba. Vede il gol prima di farlo. Non ci prova, ci riesce. Non pensa, agisce. Chiamatela come volete: profezia che si autoavvera, wishful thinking. Il suo autore percepisce il momento giusto, insomma. L’ora della sua gloria.
La sognavamo tutti, da piccoli. Su campetti di ogni latitudine e grandezza, l’importante era calciare nei pressi della linea che sancisce un confine: il mio terreno versus il tuo. Un momento di rivoluzione, un piccolo calcio di un uomo e un grande istante per l’umanità calciofila. Cinquanta metri di dimensione artistica, direbbe Elio che usò parole simili per magnificare le gesta di un altro abituato a divertire da grandi distanze, John Holmes.
Un modo di sparigliare le carte al pari del cucchiaio nei rigori della finale.
E’ il gesto che cambia la partita perchè sfugge a qualsiasi schema. Difese arcigne e portieri in stato di grazia non possono nulla. Non essendo previsto da alcuno, giunge sempre come la più inattesa delle sorprese. Perfino per gli avversari, che spesso applaudono. E i cameraman, che a stento riescono a stare dietro al bolide, anche loro scettici sulla possibilità di calciare da tanto lontano. Alcuni di questi tiri li abbiamo solo in moviola, verificare per credere.
E’ il tiro che cambia la vita al giocatore che l’ha fatto. Resterà per sempre “quello che segnò da centrocampo”, entrando di diritto in sezioni apposite di trasmissioni, cofanetti, raccolte youtube.
E’ il colpo che cambia la giornata, al di là del risultato. Un tifoso, nemmeno troppo esteta, anche se la sua squadra sta perdendo, con un gol del genere si salva la domenica; gli amici gli diranno che i suoi hanno giocato malissimo ma lui, una volta annuito, potrà sempre dire, con un sorriso inebetito ad afferrare l’attimo di grazia: “Però, che gol!“.
Condividi
Nasce a Napoli nel maggio '80. Ha fatto di tutto per evitare il giornalismo fallendo, ha collaborato per anni con Repubblica Napoli e Agoravox. Attualmente sbarca il lunario con l'editoria artistica.