Caro Direttore, il valore dei sentimenti è insostituibile

Il caso De Rossi sta trasformandosi in qualcosa di molto più complesso, in un dilemma esistenziale di proporzioni generali. L’inimitabile Mario Sconcerti, attraverso le pagine del Corriere della Sera, ha espresso la propria opinione: bisogna rispettare la scelta del calciatore che abbandona la sua città e la sua squadra, continuandolo ad amare a prescindere e non solo se fa quello che noi vogliamo.

Un’idea rispettabilissima, la quale pone i vari De Rossi, Montolivo ecc.. sullo stesso piano di comuni lavoratori che, ad un certo punto della carriera, si lanciano verso esperienze professionali e di vita diverse dalla solita routine. Il tentativo di umanizzare la figura del calciatore è lodevole, dal momento che questi ultimi nell’immaginario collettivo vengono spesso identificati come alieni senza sentimenti. E tutto per la sola dolce colpa di essere ricchi, belli e famosi. Una differenza netta resta però immutata: il muratore che stravolge il suo ambito lavorativo non abbandona milioni di estranei che rendono la fatica un privilegio. De Rossi è sommerso dall’amore di una città intera, di un popolo che si riconosce e si identifica nella sua vena più grande del collo intero nelle esultanze; nella grigia e fredda Manchester sarebbe semplicemente un centrocampista, a Roma è l’apostolo di tutti i giallorossi. Un repentino cambio di vedute in caso di scelta drastica del ragazzo, viste le circostanze sopra descritte, non rappresenterebbe qualcosa di sbagliato e illogico. Il più delle volte sembra tutto scontato, si dice anche che i tifosi siano una pressione continua, un potere inutile, ma in fin dei conti essere osannati per svolgere il mestiere più bello del mondo è incredibilmente stupendo. Un credito infinito di cui la gente ha il diritto di beneficiare.

Pensate a Totti, il quale ha saputo coniugare l’aspetto tecnico con lo spessore di una vita da divinità. La sua storia, così come quella di un Del Piero o di un Maldini, continuano a incarnare la parte nobile del calcio, esercitano quel fascino mitologico che ha contribuito a rendere tale sport un fenomeno culturale della società. Non ci stancheremo mai di nominare questi esempi. De Rossi senza Roma e la Roma non sarebbe più Daniele, diverrebbe qualcosa di molto diverso, un misero numero, importante ma pur sempre un numero. Ecco perché il caso tiene banco da mesi: si vuole continuare a credere nelle favole, nell’essenza di un ghetto che chi sta fuori non potrà mai sconfiggere o capire. E non conta se ti diranno che la realtà è ben più cinica e complessa.  Il Direttore Sconcerti chiude il suo editoriale con una bella domanda: “Se fossimo tutti rimasti a casa, cosa ne sarebbe stato del mondo”? La risposta è nulla. Ma noi proponiamo un altro quesito: senza la passione della gente, cosa ne sarebbe stato del calcio e dei protagonisti? Anche qui la risposta è nulla.

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Scrive per "Il Quotidiano della Calabria" e "Il Crotonese". Classe '92 ma già con una discreta esperienza alle spalle: ha collaborato con diversi siti internet e anche con la romana Radio Ies. Tra i superstiti del primo MP.