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Quel ‘capellone’ di Borja Valero

Finivano gli anni ‘60 e la società occidentale veniva travolta dall’argento vivo della prima vera generazione di ‘giovani’ rivendicati come tali e non solo come adulti in miniatura. Il ‘beatnik’ del gol, Gigi Meroni, aveva prematuramente ultimato la propria esistenza, non prima di aver agitato il conservatorismo del mondo calcistico italiano. In quegli anni, tra Beatles e Rolling Stones, si consumò la rivoluzione dei ‘capelloni’: una messa in discussione dell’autorità costituita e un’insofferenza verso il paternalismo, inteso come autoritarismo dogmatico e indiscutibile.

Quasi 50 anni dopo, mentre nulla è stato più come prima, qualcosa scopriamo che non è ancora cambiato, almeno in serie A: il rapporto con gli arbitri. Che anzi, rispetto ai tempi in cui Agnolin rispondeva a brutto muso a Bettega (in veneto “mì te fasso un cesto cussì”), si è vieppiù ingessato.

Così a fare le spese della rigidità educativa della classe arbitrale, quest’anno è stato dapprima Balotelli, con tre giornate rimediate a fine settembre per aver risposto male all’arbitro Banti. Ma il provvedimento ricaduto sul groppone del milanista, sia in virtù del carattere esuberante e della scarsa vocazione alle garbate maniere di Balo, sia perché lo stesso rientra nella categoria di quelli che se ricevono uno schiaffo di troppo, sanno da soli perché o comunque ne avanzavano, non ha suscitato critiche se non circoscritte. Poi, più di recente invece, è stato il turno del mite centrocampista della Fiorentina, Borja Valero, colpevole di aver spintonato – a gara praticamente finita – l’arbitro Gervasoni, e per questo sanzionato con ben quattro giornate di stop.

In questo caso, il Giudice Sportivo, vincolato dal referto e dal parlar chiaro del regolamento, senza nemmeno considerare le immagini ha applicato una sanzione apparsa alla maggior parte degli appassionati decisamente sproporzionata. Tanto più, che, riguardando l’episodio disponibile ad libitum sul web, il contatto è decisamente morbido nonché susseguente a espulsione ricevuta dopo una manata in faccia subita da un giocatore avversario.

A Firenze, domenica sera è andata in scena la protesta dei tifosi e anche prima l’argomento ha tenuto banco, essendo ancora ben vivi i ‘cattivi pensieri’ evocati da Dino Zoff nel 2005, in seguito al famigerato episodio della mano di Zauri non ravvisata da Rosetti (a proposito, il suo nome è in cima alle candidature per la successione a Braschi e Nicchi). Quell’anno, al netto di come poi ebbero evoluzione le cose e delle responsabilità accertate, calciopoli dimostrò come davvero la società dei Della Valle fosse stata realmente per un periodo sotto tiro. Anche quest’anno, una serie di episodi non certo fortunati hanno giocato la loro parte nel determinare la classifica della squadra di Montella, tanto capace di mostrare bel gioco quanto frenata al momento di spiccare il volo non solo per demeriti propri. La Fiorentina, che domenica sera ha ceduto in casa alla Lazio, è apparsa una squadra demotivata e ingrigita, uno spirito provato dall’inafferrabilità dei traguardi oltre che dall’assenza di Borja Valero, cardine del gioco tosco-catalano di Montella. Certo, hanno pesato gli infortuni (a proposito, l’intervento di Rinaudo che è costato la stagione a Giuseppe Rossi, fu sanzionato solo con un giallo) ma chiunque abbia ricordi della propria adolescenza sa che quando l’autorità costituita, paternale, scolastica o arbitrale che sia sembra mettersi di traverso, alla lunga può subentrare un fiaccante scoramento.

Tre giornate di squalifica sono state lo scotto da pagare anche per De Rossi, reo (e non nuovo a queste circostanze) di aver rifilato un cazzotto a un avversario, Icardi, il quale però evidentemente non deve avere lo stessa intoccabilità di un arbitro, vista la minor sanzione riservata al gesto del centrocampista giallorosso. Fermo restando che anche per De Rossi una giornata di squalifica forse poteva essere più che sufficiente – se uscissimo da una logica punitiva e afflittiva della pena e accettassimo il fatto che, quando non si provochino reali danni all’avversario, in campo per agonismo possa capitare di trascendere – anche Prandelli ha voluto punire il romanista, non convocandolo per l’amichevole con la Spagna. Resta il dubbio di sapere cosa avrebbe fatto Prandelli con Borja Valero, se gli fosse toccato di applicare il codice etico al caso dello spagnolo.

La Fiorentina ha presentato nella giornata di lunedì ricorso contro il provvedimento, e si aspetta una considerevole riduzione della pena per il proprio centrocampista (che comunque, con molta probabilità dovrà saltare l’attesa sfida con la Juventus).
Se dovesse essere rigettato il dossier difensivo, avrebbe vinto ancora una volta l’intoccabilità degli arbitri, il rispetto sommario di un principio più autoritario che autorevole, contro le evidenze critiche, sia in termini meramente constatativi dell’accaduto, sia in termini comparativi con altre situazioni. Avrebbe vinto l’autorità con cui non si parla, che non deve risposte e non ammette di aver sbagliato né di aver dato luogo a ingiustizie, magari calcando troppo la mano. Quell’autorità che oggi fa piangere la Fiorentina, domani la Roma, generando una serie interminabile di sospetti, che avvelenano sempre di più un campionato già di per sé declinante.
Se invece dovesse essere accettata la memoria difensiva della Fiorentina, in piccola misura, si potrebbe dire che la classe arbitrale italiana si è finalmente aperta al ’68. Ironia della sorte, grazie a quel ‘capellone’ di Borja Valero, uno che, a pensarci bene, prima di venire in Italia giocava nel Villareal, la squadra degli Yellow Submarine di beatlesiana memoria.