“Umirati u lepoti”. Un ricordo di Mihajlovic: uomo di calcio, persona per bene

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Sinisa Mihajlovic allenatore Sampdoria (foto Roberto Tortora)

C’è un’espressione serba che recita “Umirati u lepoti” e che letteralmente significa “morire nella bellezza”, una sorta di canto del cigno che ti porta via all’apice, nel momento più splendente. Quando meno te l’aspetti. E così è stato lo squarcio, improvviso, provocato dalla notizia della scomparsa di Mihajlovic a soli 53 anni per il pubblico del calcio, ma non solo. Ma… come… non aveva sconfitto la leucemia mieloide acuta? Un lampo per molti, ma che in realtà sgorgava già da un tetto grigio, colmo di nuvole, almeno per chi lo ha conosciuto e che gli era vicino e che già sapeva degli effetti nefasti dell’ultimo intervento a cui si era sottoposto Sinisa. Personalmente ho qualche ricordo personale e professionale che riguarda Mihajlovic e che risale alla stagione 2014/2015. All’epoca lavoravo a Sportitalia ed ero spesso in giro per interviste e rubriche varie, che mi concedevano il privilegio di poter visitare i centri sportivi più importanti di Serie A, tra cui il “Gloriano Mugnaini” di Bogliasco, a Genova, sede degli allenamenti della Sampdoria. Un’oasi nei boschi che guarda al mare, posto ideale per forgiare muscoli e cervello. Lì ebbi modo di conoscere, anche se brevemente, il Mihajlovic uomo, umano, persona perbene ed il Mihajlovic allenatore, serio, spinto, determinato, inflessibile, ma che con mano ferma sapeva guidare i suoi uomini. Ragazzi giovani, che alla passione devono aggiungere disciplina per poter arrivare lontano. E Sinisa, cresciuto in una Jugoslavia prima unita e poi disgregata sotto le bombe, sapeva a cosa corrispondeva la parola sacrificio e quindi aveva tutte le credenziali per poter essere una guida nel calcio. Un gioco, in fondo. Mica la guerra. Una volta, quando allenava invece il Torino, rispose così ad una domanda su Benassi: “Benassi capitano a 22 anni difficile? No, difficile è svegliarsi alle 4 e non arrivare a fine mese”. Tornando a noi… finita l’intervista, se non ricordo male a Obiang (giovane spagnolo naturalizzato equatoguineano di buona tecnica, ma che poi non ha mai fatto il salto di qualità) decisi di risalire la collina che costeggia il campo d’allenamento principale, mi appoggiai su una delle balaustre che cingono la strada e rimasi per una mezz’ora ad osservare l’allenamento. Con piacevole sorpresa di venir catturato dalle movenze e dalle indicazioni di un vero uomo di calcio che sa cosa fare e sa cosa far fare agli altri e sa, soprattutto, come ottenere il massimo. Era la Serie A che davvero, al di là delle partite, nel quotidiano, mi si palesava davanti agli occhi. Avrei potuto osservarne dieci di quegli allenamenti. Quell’anno la Sampdoria chiuse il campionato al settimo posto, giocando un bel calcio e ricevendo a fine stagione il premio Football Leader – Allenatore dell’anno. Al punto da attirare le sirene del Milan, che lo volle per costruire una squadra plasmata sul suo carattere. Avrà modo di lanciare nel mondo del calcio Gigio Donnarumma, fatto esordire il 25 Ottobre nella gara casalinga vinta contro il Sassuolo 2-1. Riportò i rossoneri a vincere un derby, 3-0 il risultato finale, dopo cinque anni di bocconi amari. 

Morire nella bellezza, sparire con il sorriso, allontanarsi dalla dimensione terrena della vita con uno schiocco di dita, così come un vero serbo ha imparato nel corso della storia del proprio paese, permeata di battaglie. E che è riverberata inevitabilmente anche su un campo di calcio. La Jugoslavia di Italia ’90 ne è un esempio. Dream team, Brasile d’Europa, chiamatela come volete. Quella squadra poteva tutto, ma non vinse niente. Campione del mondo Under 20 in Cile con la generazione d’oro dei Posinecki, Boban, Suker, Stimac, Mijatovic, poi traslata in nazionale maggiore e guidata da un grande leader tecnico, Dragan Stojkovic, Piksi per i compagni. Proprio lui annichilisce con una doppietta la Spagna agli ottavi di finale di quel mondiale, partita giocata al Bentegodi di Verona. Ai quarti, al Franchi di Firenze, c’è l’Argentina di Maradona, messa sottosopra per 120 minuti nonostante l’inferiorità numerica per il doppio giallo e rosso dopo appena mezz’ora a Sabanadzovic. Dopo aver sciorinato calcio, i rigori premiano la squadra di Diego che sbaglia addirittura un rigore. Nel momento più bello, l’eliminazione. Morire-nella-bellezza.

Fu la Stella Rossa dell’anno seguente, il 1991, a invertire la tendenza e a scrivere la storia nella finale di Coppa dei Campioni vinta a Bari, ai calci di rigore, contro l’Olympique Marsiglia. E di quella squadra Mihajlovic non solo faceva parte, ma ne fu protagonista spinto. Con un gol in semifinale contro il Bayern Monaco. Una punizione delle sue, che sarà marchio di fabbrica letale di una carriera intera. Per una volta la bellezza non morì, si sublimò nel cielo pugliese con la coppa dalle grandi orecchie finita per la prima e, fin qui, unica volta tra le mani dei serbi di Belgrado.

Sinisa Mihajlovic, figlio di padre serbo e mamma croata. Nato a Vukovar, città di confine letteralmente rasa al suolo dalla guerra, lo ha messo fin da subito nella condizione di dover scegliere da che parte stare. Ha sempre scelto l’amore, quello per sé stesso, per la sua famiglia, per il calcio. Fino agli ultimi istanti della propria vita. Dopo tanto lottare, ha dovuto arrendersi. Ha messo la palla per terra, ha mirato la porta, ha preso la rincorsa, ha calciato di sinistro la sua ultima punizione all’incrocio dei pali del paradiso. Ha segnato il suo ultimo gol-capolavoro. Ed è volato via così… è morto. Nella bellezza.

Roberto Tortora
Roberto Tortora
Laureato in Scienze della Comunicazione, a Salerno. Master in Giornalismo IULM, a Milano; Giornalista professionista.

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