Giro d’Italia 2021, vince Bernal ma l’Italbici s’è desta

Diciamocela tutta, alla vigilia della partenza del Giro d’Italia 2021 da Torino le previsioni sul ciclismo italiano erano a dir poco fosche. Il solo Giulio Ciccone avrebbe potuto provare a competere per una top 10 in classifica generale, poiché Vincenzo Nibali avrebbe dovuto fare i conti sia con l’inesorabile scorrere del tempo (il prossimo 14 novembre lo “Squalo dello Stretto” compirà 37 anni) che con la condizione fisica precaria a causa di una caduta al Tour of the Alps di aprile, mentre per le tappe solamente Filippo Ganna nelle due cronometro, l’iniziale di Torino e la finale di Milano, rappresentava una certezza.

Ebbene, i 3410,9 km della 104/a edizione della Corsa Rosa hanno parzialmente smentito i pronostici più cupi, lasciandoci il seguente risultato: il ciclismo italiano non è in crisi profonda, ma sta iniziando un interessante processo di ricambio generazionale.

La certezza, Filippo Ganna, si è confermata alla grande. Il piemontese ha dominato come da pronostico le due sfide contro il tempo, tornando a vestirsi di rosa per tre giorni a inizio Giro e poi accompagnando il suo capitano Egan Bernal a diventare il secondo colombiano, dopo Nairo Quintana nel 2014, a trionfare al Giro d’Italia.

Ma ad accompagnare Ganna vi sono state piacevolissime scoperte. Una ha 33 anni e porta il nome e cognome di Damiano Caruso. Alla vigilia, il ragusano della Bahrain Victorius, avrebbe dovuto rappresentare l’uomo di fiducia del capitano designato Mikel Landa con un piccolo occhio di riguardo anche verso la sua classifica. Ricopiando, in pratica, lo stesso copione che allo scorso Tour de France vide il basco quarto e il siciliano ottenere un dignitoso decimo posto.

La svolta è avvenuta a Cattolica, nella quinta tappa. Landa cade ed è costretto al ritiro, Caruso diventa capitano e piano piano, sfruttando le doti di fondista, recupera posizioni in classifica. Fino a issarsi al secondo posto. Fino a provarci a ottenere qualcosa di ancor più grande, attaccando con il compagno Pello Bilbao e con Romain Bardet, nella discesa del Passo San Bernardino nella penultima tappa. Bernal ha respinto l’attacco, ma almeno per Caruso è arrivata una splendida vittoria in salita all’Alpe Motta e il consolidamento della piazza d’onore. Un premio alla carriera per chi, parole sue, ha vissuto una giornata da campione dopo una carriera da gregario.

Poi, Lorenzo Fortunato. Segnatevi questo nome perché possiamo davvero ben sperare. Il 25enne di Castel de’ Britti, concittadino di Alberto Tomba (e il padre era compagno di banco a scuola dell’Albertone nazionale dal punto di vista sportivo), ha dapprima incantato tutti, approfittando di una fuga da lontano e conquistando il suo primo successo in carriera sul Kaiser, lo Zoncolan, la montagna più dura d’Europa. Poi, nella terza settimana, ha provato a saggiare le sue doti di resistenza, terminando nono nella frazione dell’Alpe Motta e concludendo il Giro al 16/o posto, perdendo due posizioni nella cronometro di Milano. Ecco, la resistenza in salita pare esserci, le prove contro il tempo restano il tallone d’Achille. Ma la stoffa è buona e il ragazzo, pur non mettendogli addosso più pressioni del necessario, sembra promettere bene.

Infine, tre ri-scoperte. Partiamo da Giacomo Nizzolo che finalmente ha sconfitto la maledizione di Torino, ovverosia dell’ultima tappa del Giro d’Italia 2016 che si concludeva nel capoluogo piemontese dove tagliò sì primo il traguardo, ma venne declassato per una scorrettezza con successo al danese Arndt. Questa volta, nessuno gli ha potuto togliere la vittoria ottenuta con una volata di rabbia a Verona.

Poi, Alberto Bettiol. Il toscano in questo Giro d’Italia ha ritrovato la gamba che gli ha permesso di aggiudicarsi il Giro delle Fiandre 2019, portandosi a casa una bellissima vittoria nella tappa di Stradella alla stessa maniera che gli consentì di imporsi nella Monumento belga. Vale a dire, facendo la differenza nei confronti dei compagni di fuga nelle salitelle conclusive e arrivando da solo al traguardo. Un corridore ritrovato, che tanto potrà essere utile al C.T Davide Cassani.

Infine, Andrea Vendrame. Il veneto di Conegliano ha finalmente piazzato l’acuto che tanti si aspettavano da quando, nel 2017, è divenuto professionista. La vittoria nella tappa di Bagno di Romagna potrebbe rappresentare una svolta nella sua carriera e consentirgli di credere nelle sue indubbie potenzialità.

Ma il Giro dell’Italbici ha visto anche i due giorni rosa di Alessandro De Marchi, con il corridore di Buja costretto ad arrendersi solo per una caduta avvenuta nella frazione di Bagno di Romagna. Ha visto un Giulio Ciccone combattivo, che avrebbe potuto tranquillamente centrare la top 10 prevista alla vigilia se non fosse stato per il ritiro dovuto alla caduta nella tappa con arrivo a Sega di Ala. Ha visto mettersi in evidenza sia Gianni Moscon, uno degli scudieri di Egan Bernal, che Edoardo Affini, bravissimo nelle cronometro e che per poco a Verona non ha centrato il colpo grosso.

Poi, chiaro, non sono state tutte rose e fiori. La crisi di risultati di Elia Viviani sta proseguendo e non è certo un buon viatico verso i Giochi Olimpici di Tokyo 2021 mentre per quanto riguarda Vincenzo Nibali è vero che ci stava l’alibi della già citata caduta al Tour of the Alps, ma non vorremmo che il siciliano della Trek-Segafredo stia disputando quella che viene definita dagli addetti ai lavori “la stagione di troppo”. Ai prossimi appuntamenti, l’ardua sentenza.