Paris Saint-Germain e Manchester City, parte di un conflitto nel Golfo

La semifinale di Champions League tra Paris Saint-Germain e Manchester City va oltre i 180 minuti. In campo si possono vedere 22 giocatori che vogliono conquistare la finale, i parigini per la seconda consecutiva, gli inglesi per la prima volta nella propria storia. Invece sullo sfondo si può scorgere una battaglia diplomatica tra i due presidenti, il qatariota Nasser Al-Khelaïfi e l’emiratino Khaldun al-Mubarak.

LA VITTORIA DEGLI EUA

Neymar, con un gomito fasciato a causa di un impatto violento con il terreno, e Di Maria, probabilmente il migliore in campo, nulla hanno potuto contro de Bruyne e Mahrez. Un po’ la complicità di Navas, non impeccabile sul tiro-cross del belga, un po’ la barriera apertasi sulla punizione del magrebino hanno portato i Citizens, i suoi tifosi e gli Emirati Arabi Uniti a festeggiare.

La vittoria in rimonta è importante non solo per una fetta di popolazione inglese, sostenitrice del City, ma anche per un popolo del Medio Oriente. Quando associamo calcio e questa parte di mondo, normalmente ci vengono in mente notizie di lavoratori morti durante la costruzione degli stadi per il Mondiale 2022. Per questa volta lasciamolo da parte, anche se dovremmo parlare di più e più spesso di questo discorso.

LA STORIA RECENTE DEL MEDIO ORIENTE

Per questa volta apriamo un libro immaginario e impariamo un po’ di storia recente, spiegata in modo molto semplice. Da giugno 2017 fino a gennaio 2021 nel Golfo Persico, una zona caratterizzata negli ultimi due secoli da instabilità, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno condotto una sorta di guerra fredda contro il Qatar.

Negli ultimi anni il Qatar ha adottato una politica molto integralista per quanto riguarda la religione islamica. La famiglia reale Al Thani è famosa per essere molto vicina all’Iran, uno Stato fondamentalista e islamico, e per sostenere economicamente l’Associazione dei Fratelli Musulmani. Il gruppo fondamentalista islamico è stato dichiarato fuorilegge perché considerato terroristico da vari Paesi, tra cui Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Per motivi di terrorismo (almeno ufficialmente) a giugno 2017 questi ultimi due Stati arabi avevano attuato un embargo contro il Qatar, per indebolirlo e costringerlo ad addolcire la propria politica. Nulla da fare, l’economia qatariota in questi tre anni e mezzo non ha subito quasi nessun danno, facendo fallire i piani dei loro avversari. Dal gennaio del 2021 l’embargo non esiste più e tra Qatar ed Emirati Arabi Uniti pare ci sia un tentativo di calmare le acque, anche se la pace vera e propria sembrerebbe ancora lontana.

Tuttavia questa manovra aveva solo l’obbiettivo di tenere a bada il Qatar, in crescita esponenziale. Gli altri Paesi arabi, che l’hanno accusato di terrorismo, non sono esenti da controversie. E lo stesso accade tra i due vertici di Paris Saint-Germain e Manchester City. Nonostante siano due mondi avversari, in contrasto, hanno problematiche molto simili.

CONTROVERSIE NEL CALCIO

Scendendo a discorsi calcistici, si può parlare di Fair Play Finanziario e di affari non sempre trasparenti. Vedasi la cifra sborsata dal PSG per portare Neymar, ormai icona di questo club, 222 milioni di euro che però non hanno intaccato ufficialmente le casse della società.

Lo stesso giocatore aveva pagato la clausola rescissoria al Barcellona per svincolarsi e per aggirare la denuncia de LaLiga che faceva leva sullo stesso FPF della UEFA. I qatarioti avevano versato tale cifra a Neymar per diventare ufficialmente un testimonial del Mondiale 2022.

Sulla falsa riga del Paris Saint-Germain, anche Manchester City ha fatto recentemente scalpore in termini di Fair Play Finanziario. Il CIES stima che per la rosa attuale gli Sky Blues abbiano speso circa 1 miliardo e 14 milioni di euro. Solo da quando c’è Guardiola il club britannico ha messo sul piatto 800 milioni di euro per accontentare il tecnico spagnolo, il quale non ha abbandonato la nave nemmeno in un periodo difficile.

Anche a seguito di una possibile esclusione dalla Champions League, l’allenatore Pep Guardiola aveva giurato amore alla propria squadra. Un anno fa la UEFA aveva decretato l’esclusione per due anni dalle coppe europee per il Man City, il quale con un ricorso al TAS di Losanna aveva ribaltato tutto. Il club gestito dal direttore sportivo Mansur, emiratino con curiose parentele qatariote, se l’è quindi cavata pagando una multa di “appena” 10 milioni di euro.

Javier Tebas, presidente de LaLiga, aveva al tempo dichiarato che il FPF fosse una farsa completa. Forse non è proprio così, perché in teoria è un’ottima arma contro la speculazione, ma spesso la UEFA tende a favorire i grandi club perché fanno girare ingenti somme. Ha aiutato queste super potenze nel Fair Play Finanziario. Per arginare la Superlega, temendo per il proprio potere, ha accontentato queste società, pur promettendo inizialmente penalizzazioni. Probabilmente lo rifarà finché il denaro sarà presente nel calcio.

IL CALCIO, LO SPECCHIO DELLA SOCIETÀ

La gara di ritorno tra Paris Saint-Germain e Manchester City ora forse la guarderemo con altri occhi. Si potrà vedere come uno scontro tra grandi potenze, tra Stati controversi, ma ricchi. Chi perderà la partita probabilmente perderà un duello a distanza tra Qatar ed EAU. Tuttavia questa semifinale è solo il trionfo di un calcio che per molti può essere perfino malato.

È invece solo lo specchio della società e del mondo che noi componiamo. Come nella realtà, anche nel calcio vince il denaro, lecito o illecito che sia. Come nella realtà, anche nel calcio ci si dimentica immediatamente delle problematiche grazie ai piccoli successi. Guardiamo oggi a Doha, a Dubai e ad Abu Dhabi con magnificenza, scordandoci dei diritti umani calpestati di continuo.