La sintesi di un Paese malato: la Settimana contro il razzismo comincia con gli insulti razzisti a Simy

La XVII Settimana contro il Razzismo non sarebbe potuta cominciare in modo peggiore, ma nemmeno in maniera più simbolica di quella che è la realtà attuale del nostro Paese, malato nel profondo e dai pozzi avvelenati: con degli insulti razzisti rivolti via Instagram al calciatore nigeriano del Crotone, Simy. Da oggi, Giornata dedicata all’Eliminazione della Discriminazione Razziale, fino al 27 marzo, si svolgerà la sette giorni dedicata al contrasto delle discriminazioni etnico-razziali, con la promozione di una serie di azioni positive, anche attraverso la cultura, le arti e lo sport, per sensibilizzare ulteriormente una popolazione che da anni, soprattutto attraverso i social, vive quotidianamente episodi e parole di odio, razzismo e xenofobia.

Proprio all’inizio di questa settimana speciale, che forse per qualcuno non avrebbe nemmeno ragione d’esistere, ci ritroviamo tutti a discutere dell’ennesimo caso di razzismo avvenuto nel mondo dello sport. Una storia che Simy ha voluto far conoscere al mondo, mostrando a tutti nome, volto e parole d’odio di chi lo ha insultato con epiteti vergognosamente discriminatori, carichi di insostenibile rabbia. Il suo “hater” sperava di potersela cavare con nulla come capita normalmente a tanti altri, magari ottenendo quello che voleva: scaricare una serie di offese irripetibili addosso a un calciatore e, un secondo dopo, tornare al sicuro e nell’anonimato, grazie alla barriera fisica dello schermo del proprio telefono. Simy, invece, ha avuto il coraggio di rispondere stavolta, di mostrare che cosa significhi essere un personaggio pubblico straniero costretto a ritrovarsi tra i messaggi continui insulti di stampo discriminatorio e razzista. L’attaccante nigeriano non ha lasciato andare, sapendo che la sfida a questa malattia dell’animo della società non può che passare da atti di denuncia.

Il caso Simy arriva a soltanto poche settimane da quello del suo compagno di squadra Ounas, a sua volta vittima di una serie di insulti razzisti subiti sui social: “scimmia”, “tornatene in Africa”. E il commento dell’algerino è gelido, chiedendosi se tutto ciò che sia normale. All’ex giocatore di Cagliari e Napoli dobbiamo dare una notizia drammatica, ma inevitabile: purtroppo, razzismo e discriminazioni sono diventati da anni quotidianità, per qualcuno persino normalità. Discriminazioni che passano da ripetuti stereotipi, magari detti con un sorriso e presunta ilarità, a veri e propri atti di violenza fisica. I social, in questo senso, sono diventati strumento fin troppo semplice per garantire l’anonimato a persone che non si fanno problemi a scrivere direttamente a un giocatore per colpirlo nel profondo, su questioni che con lo sport nulla hanno a che fare.

L’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha lanciato assieme alla Lega Serie A una serie di iniziative con la campagna “Keep Racism Out”, la prima con cui la massima serie italiana di calcio si impegna a combattere ogni forma di discriminazione nel calcio. Curioso che gli insulti a Simy arrivino proprio nella giornata di campionato dedicata alla lotta al razzismo e dopo giorni in cui erano stati anche presentati il kit ufficiale “Keep Racism Out” su FIFA e diversi spot video delle 20 squadre di Serie A sui propri social. Sforzi importanti, anche sul piano soltanto dell’immagine e della comunicazione, ma che purtroppo non possono realmente contrastare il male più profondo del nostro Paese.

Tutto il Paese è oggi attraversato da un razzismo di fondo pericoloso, che spesso rimane sotto traccia, sminuito, ma non fatica a emergere in più episodi. L’odio verso “gli altri” è diventato strumento per guadagnare voti o vendere qualche copia in più: se oggi ci troviamo di fronte a un Paese così incattivito, pronto a individuare continuamente un nemico, sappiamo che le responsabilità sono gravi e molteplici. Ed è per questo che la Settimana contro il Razzismo ha senso eccome di esistere.