Juve, Pirlo non cambia la musica. In Europa arriva l’ennesimo Eurotonfo

Alla fine, l’impresa non riesce:  la Juventus esce di scena agli Ottavi dalla Champions League 2020/2021, eliminata dal Porto a valle del 3-2 maturato all’Allianz Stadium dopo i tempi supplementari. A pensarci bene, in realtà, almeno nell’ultimo decennio l’impresa in Europa è riuscita raramente: una volta, in occasione dello storico 3-0 all’Atlético Madrid del marzo del 2019. Non invece nel 2018 con il Real Madrid, nè tantomeno nel 2016 con il Bayern Monaco o ancora la scorsa estate con l’Olympique Lione.

Ancora una volta la Juventus europea dell’era Andrea Agnelli paga la sua duplice personalità: troppe volte Mr. Hide, ovvero una squadra impacciata, priva di idee e pietrificata dall’ansia di Champions League e conseguentemente messa al tappeto da avversari grandi (Real, Bayern, Atletico) e piccoli (Olympique Lione, Ajax,Porto). Troppe poche volte, e spesso troppo tardi, Dr. Jekyll: una squadra rabbiosa, determinata e volitiva nella ricerca del risultato come nel caso delle due cavalcate allegriane del 2015 e del 2017, o delle “quasi-remuntade” citate in apertura.

A pensarci ancora meglio, poi, la sensazione è che per avere la meglio di questo Porto non servisse nemmeno un’impresa di quelle da raccontare, un domani, ai nipotini chiamati a raccolta attorno al camino nelle fredde serate invernali piemontesi.

NOTTE DI RIMPIANTI A TORINO
A Torino l’ottimismo era tangibile, in virtù della speranza (ri)accesa dal gol di Chiesa dell’andata unita all’incoraggiante prova (almeno a tratti) vistasi nell’ultima recita di Campionato contro la Lazio.

La convinzione diffusa era che la Juventus il peggio di sè l’avesse dato in Portogallo. Che un doppio vantaggio regalato in maniera così incauta (inaccettabile in particolare il 2-0 a questi livelli), unito all’incapacità di allestire una qualsivoglia trama offensiva per buona parte della gara del do Dragão fossero cancellati dalla voglia di volare ai Quarti riscattando una stagione contraddistinta da più bassi che alti.

La Juve, invece, dura una manciata di minuti: quelli che mostrano un grintoso avvio di gara e un pericoloso colpo di testa di Morata. Poi la scena se la prende il Porto di Sérgio Conceição: allenatore intelligente l’ex-asso di Parma, Lazio e Inter, che consapevole di non poter difendere il 2-1 sorprende Pirlo togliendo il freno al pullman di un Porto che non si limita a restare parcheggiato davanti alla porta di Marchesín. I Dragões rispondono colpo su colpo alla Juve e, cosa fondamentale, grazie all’ennesimo regalo bianconero (ingenuo Demiral su Taremi) trovano il rigore che Sérgio Oliveira trasforma rievocando alla Juve i fantasmi di Lione.

La Juve ha voglia di reagire, ma è lenta e scolastica nello sviluppo del suo 3-5-2: con Chiesa invisibile nel primo tempo, la giocata su Cuadrado a cercare il cross dalla trequarti è velocemente memorizzata dai lusitani, che costruiscono un monolite serrando in dieci metri scarsi le linee di difesa, attacco e centrocampo. Egregio il lavoro di Corona, e ancor più di Otávio che su Cuadrado fa tutto sommato un’ottima guardia coadiuvato da Sanusi; la Juve rumina tanto calcio, ma in porta non ci tira mai e, anzi, va più vicino il Porto a trovare il gol che chiuderebbe la pratica qualificazione.

Cosa Pirlo dica ai suoi ragazzi negli spogliatoi non ci è dato saperlo, ma nel secondo tempo è un’altra Juve. I bianconeri prendono consapevolezza di essere a tre quarti d’ora dall’ennesimo Eurotonfo, e aggrediscono con la bava alla bocca un Porto sorpreso dalla partenza dai blocchi dei locali. A trascinare la Juventus non è CR7, ma Federico Chiesa: il giovane azzurro, anonimo nel primo tempo, è una forza della natura nella ripresa e rianima la Juve con un elettroshock che ha le sembianze del piattone che scrive l’1-1. E’ li che inizia la partita dei bianconeri, che in rapida successione trovano lo sciocco secondo giallo collezionato da Taaremi e il 2-1 di Chiesa che riporta la contesa in parità.

Qui, forse, la sliding door della gara: il Porto è alle corde, la Juventus tracima in tutte le zone del campo. Il 3-1 sembra solo questione di tempo ma, inspiegabilmente, invece di tenere per la collottola l’avversario dopo un primo forcing la Juventus allenta la presa. Forse per riprendere fiato, forse per indicazione di Pirlo, forse ancora per la paura di incassare il 2-2: la Juventus decelera nell’ultimo quarto di gara tenendo in vita un Porto moribondo.

La Juventus porta la gara ai supplementari e, questo, si rivela un errore fatale, perché come finisce la contesa è noto ai più: i Dragões trovano il fondamentale secondo gol nei 30 minuti addizionali (con la grave complicità di Cristiano Ronaldo in occasione del 2-2 di Oliveira), trasformando in un ulteriore rammarico il 3-2 finale di Rabiot. Certo, come da infausta tradizione juventina non manca la sfortuna: per le tante occasioni potenziali, per il legno centrato dal Cuadrado al 93’ dei regolamentari o il gol annullato a Morata per fuorigioco millimetrico. O ancora, per la poco saggia (e poco comprensibile) gestione della punizione che si rivelerà fatale con Cristiano Ronaldo che si apre facendo passare il fendente di Oliveira.

Sfortuna che, però, non può non portare ad evidenziare la colpa grave della Juventus nel non aver cercato di chiudere una gara messasi incredibilmente in discesa nel secondo tempo: quasi 60 minuti di superiorità numerica non sfruttati, contro un avversario inferiore e scombussolato dallo sviluppo della gara, non possono non far accostare la parola “fallimento” alla mancata qualificazione ai Quarti di Finale.

Delusione, rimpianti e rabbia: questo il lascito della notte di Torino per la Juventus di Andrea Pirlo. Delusione, per la terza inattesa eliminazione consecutiva dopo quelle con Ajax e Lione. Rimpianti, per una notte e una qualificazione che era lecito pretendere che prendessero binari diversi. Rabbia, nei confronti di una Juventus che su 210 minuti di gioco (recuperi esclusi) almeno per tre tempi ha vissuto in balìa del Porto e di Mr. Hide. Ai quarti ci vanno i biancoblù che, come l’Olympique Lione di Rudi Garcia, se non più forti nelle due gare hanno dimostrato di essere più bravi e più squadra.

RIVOLUZIONE? NO, EVOLUZIONE
Il day-after, ovviamente, oltre che di una grande amarezza sarà prodromico di approfondite riflessioni in casa Juventus. Nelle ore successive al fischio finale, inesorabilmente, finiscono tra i trend-topic inni vari all’ennesima rivoluzione, da condurre in seno alla dirigenza, in panchina (con Allegri mai così acclamato come negli ultimi due anni) e all’interno della rosa. A parere di chi scrive, come già commentammo su queste pagine, non è di una rivoluzione che ha bisogno la Juventus.

Premesso che il destino di Cristiano Ronaldo sarà sicuramente un punto cardine del futuro a breve dei Campioni d’Italia in carica, la Juventus attuale è un mix di vecchia e nuova guardia che necessità di miglioramenti, non di stravolgimenti.

Confermando, in primis, la guida tecnica: Andrea Pirlo, che la propria carriera da allenatore l’ha iniziata all’improvviso, senza esperienza pregressa e senza preparazione estiva trovandosi a guidare il club con maggiore pressione mediatica in Italia. Pur alternando alti e bassi il tecnico bresciano ha dimostrato di saper reggere una pressione amplificata dalla propria clamorosa nomina alla guida del club più scudettato d’Italia, e fa intravedere di avere per la testa un’idea di calcio intravistasi troppo sporadicamente; Pirlo, però, merita di poter continuare a svolgere il proprio lavoro.

Guardando al roster, l’amara verità che da Cardiff 2017 in poi è emersa in maniera sempre più ingombrante è che la rosa juventina non è più all’altezza di quelle delle prime squadre d’Europa. Come spesso si è ricordato, l’avvento di Cristiano Ronaldo ha generato un meccanismo per il quale una squadra ottima ma priva di “Messi o Ronaldo” si è accaparrata uno dei giocatori migliori del mondo senza riuscire ad ovviare allo scadimento tecnico del resto della rosa dovuto alle cessioni, agli acquisti errati o al fisiologico invecchiamento di alcuni protagonisti.  Grave l’errore commesso da una società che, di conseguenza, si è trovata carica di aspettative europee senza però avere una rosa che fosse realmente in grado di soddisfarle; l’ultima campagna acquisti ha dato avvio a un ringiovanimento (de Ligt, Demiral, Kulusevski, Chiesa, Arthur, McKennie) cui la Juventus deve dare continuità innestando quella qualità (soprattutto in mediana) che oggi la separa dalle prima della classe completando il doveroso ricambio di quei giocatori giunti a fine ciclo o rivelatisi non all’altezza di una pretendente alla Coppa dei Campioni. Con o senza Cristiano Ronaldo? Questa, è tutta un’altra storia.