Le “nuove scoperte” dello sport: il Qatar continua a violare i diritti delle donne e dei lavoratori

L’ultimo scandalo emerso in queste ore sembra essere la ciliegina sulla torta di un crescendo di scoperte di queste settimane su quale sia la vera realtà del Qatar: da quando Doha si è assicurata l’organizzazione dei Mondiali 2022, sono morti 6500 lavoratori provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka, senza considerare i dati mancanti di chi arriva da Filippine, Kenya e altri Paesi da cui si preleva manodopera a basso costo. Tra questi, 37 sarebbero direttamente collegati alla costruzione degli ambiziosi impianti che il Paese punterà a trasformare in straordinarie vetrine del proprio operato davanti agli occhi di tutto il Mondo, quando nel prossimo anno le telecamere si accenderanno.

Le chiamiamo “scoperte” o “scandali”, ma c’è ben poca novità in queste notizie: già da anni Amnesty International denuncia la difficile condizione dei migranti che, pur costituendo il 90% della manodopera interna, lavorano tutti i giorni rischiando la vita e senza adeguati pagamenti, in un clima caratterizzato da poca trasparenza e diffusione approssimativa di dati e informazioni. Qualche piccolo passo avanti nella tutela dei diritti dei lavoratori è stato fatto: dalla fine del 2019, è stato abolito il certificato di non obiezione del datore di lavoro, che impediva ai migranti di cambiare lavoro senza il benestare di questi, mentre si è assistito finalmente all’introduzione di un salario minimo a 1000 rial quattrini (circa 230 euro) al mese, più 300 rial in benefit per gli alimenti e 500 rial per l’affitto dell’alloggio, quando non fornito dal datore di lavoro.

Basta questo? Ovviamente no. Perché per le recenti riforme si può al massimo fare qualche cauto apprezzamento, ma la situazione rimane grave: rischio di mancati pagamenti, sfruttamento del lavoro domestico e scarso accesso alla giustizia. Dietro alle morti si nascondono storie di famiglie che cercano la verità da anni, nella vana speranza di un risarcimento. Finora, le risposte ricevute sono stati dei consolatori “mi dispiace, ma noi facciamo tutto con trasparenza” dal Comitato organizzatore della Coppa del Mondo e “il tasso di incidenti nei cantieri della Coppa del Mondo è bassa rispetto ad altri progetti di costruzione” da un portavoce della FIFA.

Nelle scorse settimane, abbiamo anche “scoperto” che i diritti delle donne non sono rispettati. Se ne è avuta prova al momento della premiazione della finale di Coppa del Mondo per club, quando Joaan bin Hamad al Thani, fratello dell’emiro Tamim che governa il Paese, ha ignorato di salutare Edina Alves Batista, arbitro donna facente parte della squadra che ha diretto la gara tra Bayern Monaco e Tigres. Per la FIFA, un semplice “malinteso”, condito dalla risposta piccata a chi aveva accusato il presidente Infantino di aver detto a Batista di evitare il contatto con il Presidente del Comitato Olimpico qatariota.

Deve essere stato sempre un malinteso la richiesta rivolta alle giocatrici di Beach volley, in vista della tappa del World Tour da disputarsi a marzo nel Paese, di non indossare il bikini, ma una maglietta e dei pantaloni di tuta fino al ginocchio. Per fortuna, qualcuno si è ribellato: le due giocatrici tedesche Karla Borger e Julia Sude hanno fatto sapere che boicotteranno il torneo, ritenendo ingiusta la richiesta “in rispetto della cultura e delle tradizioni del Paese ospitante”, non fosse per il fatto che a marzo ci sono 30 gradi in Qatar. L’associazione qatariota di pallavolo ha risposto dicendo che le atlete fossero libere di competere con le loro uniforme internazionali. Insomma, anche in questo caso, è il resto del mondo ad aver capito male, sebbene anche sui diritti delle donne Amnesty International abbia denunciato le ripetute discriminazione dalla legge e nella prassi, soprattutto in ambito di divorzio e violenza, inclusa quella familiare.

Ci stiamo accorgendo, in altri termini, che quella missione salvifica affidata allo sport per cambiare la realtà del Qatar sta fallendo. Doveva essere l’occasione per aprire il Paese al rispetto dei diritti umani e, invece, più ci avviciniamo al grande evento dei Mondiali, più ci accorgiamo che ci rimarrà in mano un pugno di riforme, la cui durata nel tempo sarà tutta da valutare. È un’illusione ancora viva per esempio in Rummenigge che, alla richiesta di dare conto della partnership economica tra Bayern monaco e Qatar, ha chiesto di “avere pazienza, perché parliamo di un’altra cultura” e che “i diritti umani non sono un problema culturale”; così come in Beckenbauer, che ha giurato di “non aver visto un solo schiavo in Qatar”, dimenticandosi che normalmente gli ultimi della società non vengono certo messi in vetrina in bella vista.

Si pensava di cambiare qualcosa insinuandosi all’interno, senza voler passare come i soliti moralisti occidentali che impongono i propri modelli. Poteva anche essere una strategia accettabile, a patto che non diventasse il lasciapassare per qualsiasi violazione dei diritti umani; ma la verità è che gli enormi interessi economici sono stati il vero tema centrale di questi anni. Il resto passa in secondo piano. Ce ne stiamo accorgendo ora, con colpevole ritardo però, perché ormai non si può più tornare indietro. In attesa del prossimo comunicato che ci ricordi che gli esagerati e malpensanti siamo noi.