Gigi Simoni: l’uomo che vinceva senza urlare

Luigi “Gigi” Simoni, per quelli della nostra generazione che lo videro muovere i primi passi da allenatore, rappresenta, con Bagnoli e pochi altri, un modello di uomo di calcio di minoranza. In un ambiente dove, da sempre, i toni di voce elevati contribuiscono all’affermazione delle proprie ragioni, il tecnico emiliano (era nato infatti a Crevalcore, in provincia di Bologna, nel 1939) pacato e difficilmente sopra le righe, rappresentava infatti un’eccezione.

La figura di Simoni è legata soprattutto all’Inter, dove vinse una Coppa UEFA nella stagione 1997/98, allenando Ronaldo, sicuramente il giocatore più mediatico dell’era Moratti, nonostante il Patron nerazzurro, le vittorie più importanti, le abbia ottenute negli anni successivi al passaggio in nerazzurro del brasiliano.

Quell’Inter, tuttavia, quella appunto del primo Ronaldo, resta nel cuore di tanti tifosi della Beneamata, riscuotendo l’ammirazione anche di tanti appassionati con nel cuore colori diversi. Caso raro per una squadra che vinse, ma meno di quanto avrebbe potuto (o dovuto), visto che la stagione 1997/98 fu costellata di polemiche che, ancora oggi, non si sono placate, e che non riguardano solo il famoso episodio dello scontro diretto di Torino con la Juventus, che poi si aggiudicò lo scudetto.

Tuttavia sarebbe sbagliato soffermarsi esclusivamente sul Simoni interista. Da giocatore era stato uno degli uomini di fiducia di Edmondo Fabbri, nella cavalcata del suo Mantova dalle serie inferiori a quella maggiore. Fu un miracolo sportivo, quello, che oltre ad aprire, negli anni successivi, la panchina della Nazionale allo stesso Fabbri, riscosse l’ammirazione di tutta Italia.

A Mantova (un ramo della mia famiglia è originario della città virgiliana) tutta la città divenne tifosa dei biancorossi, comprese le donne anziane: abbiamo ancora un ricordo di una vecchia zia che ci accolse, a casa, con una bandiera sulla poltrona. Altri anni, altro calcio, altra Italia.

Simoni è stato l’uomo della Cremonese del presidente Luzzara, la quale trovò il modo di giocare a Wembley la finale del torneo anglo-italiano nel 1993, oltre a togliersi qualche soddisfazione nella massima serie. Ed è grazie al bel calcio fatto vedere in provincia che lo chiama il Napoli, nel 1996.

Non è più la squadra partenopea del decennio precedente, ma è sempre una grande piazza, che ha ancora voglia di entusiasmarsi. Simoni parte bene, e a Natale è secondo dietro la Juventus. Ma, in primavera, va incontro a una lunga serie di partite senza vittorie, che fanno scivolare gli azzurri nella parte destra della classifica, convincendo il presidente Ferlaino a esonerarlo.

Sembrerebbe il preludio per un ritorno in piazze di seconda fascia. Tuttavia il suo calcio, il suo essere pacato ma non remissivo non sono passati inosservati. Massimo Moratti, che ha preso in mano le redini dell’Inter pochi anni prima, ed è deciso a ripercorrere le orme del padre Angelo, sta cercando un tecnico che permetta alla sua squadra di fare il definitivo salto di qualità. Sono anni difficili per i dirimpettai rossoneri, e la sensazione, tra i tifosi, e che ci possa essere l’agognato cambio della guardia nella supremazia cittadina.

La sensazione diventa qualcosa di più quando, nell’estate 1997, Moratti compie un vero e proprio capolavoro di mercato portando a Milano, sponda nerazzurra, nientemeno che Ronaldo, vale a dire il giocatore più forte in circolazione all’epoca, uno dei più grandi in assoluto. Ad allenarlo, viene chiamato proprio Gigi Simoni.

L’Inter del 1998 è una squadra a trazione anteriore, che gioca un gran bel calcio, trascinata da un giocatore che, ogni volta che prende il pallone, fa salire l’ansia ai tifosi avversari. Simoni la guida con sicurezza e, senza alzare troppo la voce, la porta in finale di Coppa UEFA e in cima alla classifica, in lotta con la Juventus.

Ogni tanto c’è qualche polemica arbitrale, ma Gigi è sempre pacato e tranquillo: quella squadra è più forte di tutto, anche delle sviste arbitrali. Del resto, pochi anni prima, i rivali del Milan, sotto la guida di Fabio Capello, erano stati capaci di vincere nonostante un anno senza neppure un rigore a favore, proprio in virtù di questo assioma. Ovviamente Simoni il paragone non lo fa, ma si capisce che pensi che i suoi siano attrezzati per riportare, dopo 9 stagioni, lo scudetto sulla sponda nerazzurra del Naviglio.

Quello che accadde a Torino, nello scontro diretto, è entrato nella storia. Gigi, ancora lo scorso anno, in occasione dei festeggiamenti per i suoi 80 anni, è tornato sull’argomento. Ceccarini sostenne, anni dopo, che il fallo fosse di Ronaldo e non di Iuliano. Il tecnico disse: “Dimostra scarsa attenzione non ammettendo un errore di cui si parla da più di vent’anni.” Fu, forse, l’unica volta nella quale Simoni perse le staffe: lui espulso, Inter sconfitta, scudetto sfumato.

Il 6 maggio, però, a Parigi, nella finale tutta italiana contro la Lazio, l’Inter fece vedere, ancora una volta, un calcio di livello tecnico e atletico superiore, seppellendo i romani sotto tre gol, nel corso di una sfida che non fu mai realmente in discussione. Per molti tifosi doveva essere un punto di partenza: e durante l’estate, con l’arrivo di Roberto Baggio, sembrava davvero che si potesse aprire un ciclo.

L’Inter partì bene, in Champions giocò una partita sontuosa in casa con il Real Madrid, affondato 3-1 in quella che resta, forse, la più bella serata del Baggio nerazzurro, e alla quale assistemmo dal vivo. Eppure, nel giorno del ritiro della Panchina d’oro a Coverciano, nella settimana successiva a una vittoria sulla Salernitana, Moratti decise di separarsi da Simoni.

Per il tecnico emiliano una scelta difficile da digerire: amava molto l’ambiente, la città, la squadra e i tifosi molti dei quali, nonostante abbia vinto in fondo molto meno di altri allenatori prima e (soprattutto) dopo di lui, gli stanno tributando, sui Social, un omaggio commovente. E che se n’è andato oggi, decimo anniversario del Triplete, legando così il proprio nome per sempre all’Inter e a Moratti.

Simoni è stato sicuramente meno Bauscia di tanti prima e dopo di lui: tuttavia, ha saputo coniugare il lavoro del gruppo con la classe cristallina di Ronaldo, i valori del bel gioco e della lealtà sportiva, che fanno parte della cultura nerazzurra. E, questo, oggi, il motivo per il quale tanti lo ricordano, e che vale di più dell’arrabbiatura a Torino, quel 26 aprile 1998.

Luigi Simoni non smise di allenare dopo l’esperienza milanese: per lui ci furono ancora panchine importanti nella serie maggiore (Torino, Napoli, Siena). Tuttavia, chi lo cercava, negli anni della pensione, lo faceva quasi sempre per ricordare quell’episodio a Torino. Che non fu, va detto, l’unico fatto controverso di quel campionato. Addio, quindi, Gigi Simoni: con Lei, Mister, se ne va un calcio meno urlato e più pacato. Quello che piace a noi.

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Da bambino si innamorò del calcio vedendo giocare a San Siro Rivera e Prati. Milanese per nascita e necessità, sogna di vivere in Svezia, e nel frattempo sopporta una figlia tifosa del Bayern Monaco.