Il diluvio di Perugia, il gol di Calori, la palpitante attesa dell’Olimpico. Vent’anni fa la Lazio diventava Campione d’Italia

Si doveva giocare. Prima che il diluvio lavasse via lo Scudetto dalle mani della Juventus, c’era l’immagine infangata del campionato da ripulire. Prima dell’acquazzone del Curi, era piovuto per sette giorni tutto l’odio nei confronti di una classe arbitrale considerata gentil servente dei più forti. Il gol annullato da De Santis a Fabio Cannavaro, allora al Parma, nella partita del Delle Alpi che anticipa l’ultimo atto della Serie A, non va giù proprio a nessuno. Mancini, uno che raramente se le tiene, tuona: “Sono 8 anni che il campionato è una farsa”.

La stagione, ormai incarognita, è combattutissima. I biancocelesti hanno recuperato 6 punti nelle ultime 7 giornate alla capolista Juventus. La classifica recita Juve a 71, Lazio a 69 e l’ipotesi di uno spareggio è concreta, perché, anche se il Perugia è già salvo, i bianconeri sono sulle corde e potrebbero non avere la forza dell’ultimo strappo. Il 2-0 a zero subìto nella “fatal Verona” bianconera ad opera dell’eroe Cammarata e lo striminzito e discusso successo sul Parma è un segnale preoccupante. Si doveva giocare, perché il capoluogo dell’Umbria era stato arbitro dello Scudetto già l’anno prima, regalando al Milan la gioia del successo nel modo più inaspettato e con un Galliani invasatissimo sugli spalti. La sua esultanza al 90’ resta nella storia ultracentenaria del pallone italiano. Ai danni proprio di una Lazio che aveva visto sfarinare il titolo dalle mani prima di infornarlo.

Questa volta, al Perugia tocca giocarsela di più, anche se Carletto Mazzone è l’allenatore con chiare pulsazioni giallorosse. E infatti, al termine della giornata dirà con il suo solito stile che “c’è voluto un romanista come me per far vincere uno Scudetto alla Lazio”. Si doveva giocare, perché all’unisono (evento raro), sulle prime pagine dei quotidiani sportivi c’era concordanza nel puntare il dito contro Moggi, il terribile deus ex-machina che decideva il sorgere e il tramontare del sole calcistico. Sconcerti, Cannavò, Jacobelli. Non certo le ultime firme del giornalismo sportivo italiano. Tutti concordi nell’indignazione per il tradimento ai “leali valori dello sport”. Si dice che “Lucky Luciano” si fosse raccomandato con Mazzone per quell’ultima “messinscena”, il contratto per la stagione seguente con il Torino era già pronto.

Al contrario, il presidente Gaucci, vulcanico e senza filtri, minacciò la squadra di portarla in ritiro per tre settimane in Cina, se non avesse giocato con i “cosiddetti” e avesse perso. Nell’anno di grazia 2000, l’anno del Giubileo, non si poteva poi sbagliare ancora. Roma Capitale doveva arrivare fino in fondo, con la squadra più antica. Si doveva giocare, perché dopo i guai di De Santis è stato scelto l’integerrimo Pierluigi Collina per dirigere l’ultima sfida, garanzia di ordine e disciplina e, soprattutto, imparzialità. Sono le 15 e su tutta l’Italia transita un sole accecante che richiama la prima calura estiva. In campo si boccheggia, da Nord a Sud.

All’Olimpico la Reggina, già salva anche lei, fa da sparring partner e concede ben due rigori che Simone Inzaghi e Veron realizzano, portando la gara all’intervallo sul 2-0. Al Curi (curioso, il nome dello stadio al carnefice della Juventus nel ’76 con un gol che diede lo Scudetto al Torino. Morto sul campo per un attacco di cuore) si resta sullo 0-0, la partita è contratta e avara di emozioni. Inzaghi manda a lato una palla ghiottissima, a dimostrazione del suo periodo di scarsa vena, che dura ormai da otto giornate. Poco prima dell’intervallo, gli dei del meteo decidono di cambiare il destino. Il cielo sopra Perugia si fa sempre più scuro e plumbeo e cominciano a cadere sull’erba del Curi le prime gocce di pioggia. Sempre più incessanti.

Nell’intervallo la pioggia diventa nubifragio, il campo si allaga e diventa come il tappetino del bagno dopo la doccia. Zuppo. Non è il diluvio universale, ma tanto c’assomiglia, quasi come a voler sciogliere i peccati del calcio italiano con una secchiata d’acqua di proporzioni gargantuesche. Tutto ad un tratto, sembrava che l’inverno fosse tornato. Collina, tirato per il bavero a destra e a manca negli spogliatoi tra chi vuole proseguire e chi vuole sospendere, fa più di un sopralluogo su un campo in cui la palla non ne vuol sapere di rimbalzare, mentre a Roma gli uomini di Eriksson chiudono la pratica con il tris di Simeone. Il protocollo prevede che un’attesa superiore ai 45 minuti decreti la sospensione definitiva del match.

Ma si va oltre, passa quasi un’ora e un quarto e, con il temporale di nuovo in rapida regressione, la partita ricomincia. Il campo viene bucherellato per far defluire i pantani d’acqua. La Juve rientra in campo fredda e impaurita, il Perugia gioca senza assilli e dopo 5 minuti, da una corta respinta di testa di Antonio Conte, arriva Alessandro Calori al limite dell’area pronto a spedire il pallone in rete a fil di palo, lasciando Van der Sar di sasso. Ancelotti inserisce Zambrotta e Kovacevic, ma il laterale azzurro è troppo teso e si fa addirittura cacciar fuori per doppia ammonizione. Allora entra in campo anche Esnaider, la Juve tenta il maxi-assalto con cinque attaccanti. Dall’Olimpico giocatori e tifosi attendono febbrilmente con le radioline all’orecchio. L’attesa è infinita. Irritante. Pessotto tende un ramoscello d’ulivo, testimoniando la conversione di una rimessa laterale erroneamente assegnata ai bianconeri, in un momento cruciale del match.

La campagna d’attacco finale è sterile, Mazzantini vola un paio di volte su conclusioni da fuori area. Il fortino biancorosso regge. Così, dopo otto mesi e mezzo di bagarre il sorpasso è compiuto. Dopo ventisei anni la Lazio torna Campione d’Italia, nell’anno del suo centenario. Sul prato dello Stadio Olimpico si riversano tutti i tifosi, si ride e si piange allo stesso momento. Ravanelli, ex-bianconero, quasi non ci crede di aver vinto l’ultimo campionato della sua carriera, in quel modo e contro la Juve. Sul fronte opposto, invece, Del Piero è scuro in volto, ma ai piedi del pullman societario concede qualche autografo agli steward e ai carabinieri presenti per il servizio d’ordine. Sono passati ormai vent’anni esatti da quel giorno. Il radiocronista Riccardo Cucchi, aquilotto nel cuore, cerca di contenere la gioia dai microfoni di “Tutto il Calcio Minuto Per Minuto” e sentenzia: “Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio 2000, la Lazio è Campione d’Italia”.

La puntata di “Controcampo”, in versione integrale, con Chiusano e Cragnotti presenti in studio.

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Laureato in Scienze della Comunicazione, a Salerno. Master in Giornalismo IULM, a Milano; Giornalista professionista.