Svizzera: la SFL detta la riapertura, mentre l’ASF chiude i campionati minori

In Svizzera, come avevamo scritto nei giorni scorsi, il 29 aprile ha fatto da spartiacque. Il Consiglio federale elvetico (l’organo politico che, oltreconfine, detiene il potere esecutivo), infatti, nelle proprie disposizioni, ha autorizzato la ripresa degli allenamenti per l’11 maggio. La Swiss Football League, in un comunicato stampa fatto pervenire ai media accreditati e pubblicato sul sito ufficiale, ha quindi preso posizione (si fa per dire…) in merito.

In particolare, il comitato della SFL, prendendo atto delle misure adottate dalla Confederazione rispetto alle attività sportive, ha comunque fatto presente che la soluzione delle questioni organizzative, socio-politiche ed economiche esistenziali, passerà attraverso la collaborazione con club e autorità, indispensabile per decidere rispetto alla ripresa dei campionati.

Nel calcio professionistico, si legge sul comunicato, le squadre saranno in grado di riprendere gli allenamenti di squadra dall’11 maggio 2020. Ci sono piani per consentire la ripresa (a porte chiuse) l’8 giugno. Tuttavia, il Consiglio federale prenderà probabilmente una decisione definitiva a riguardo il 27 maggio, a seconda dell’evoluzione della pandemia.

Questa la posizione ufficiale. E le squadre? Secondo il Blick, i quattro club nelle ultime posizioni della massima serie (Thun, Neuchâtel Xamax, Sion e Lugano) sarebbero contrari a una ripartenza e propensi a chiudere qua la stagione 2019/20. Le altre, al contrario, seppure con molti distinguo (sembra in particolare dal Basilea, scettico rispetto alle porte chiuse, visto che oltre il 50% degli introiti del club renano derivano dallo stadio), non escludono invece un ritorno in campo.

Nella serie cadetta, sempre secondo il quotidiano zurighese, sarebbero ben nove su dieci le società contrarie alla ripresa dell’annata 2019-2020. L’ASF, nel frattempo, ha neutralizzato i campionati di propria competenza (dalla Promotion League in giù), scatenando le ire del presidente dell’Yverdon, che stava dominando la Terza categoria, con ottime probabilità di salire tra i cadetti, grazie soprattutto a investimenti (sproporzionati? Se ne potrebbe parlare…) molto forti, oggi andati in fumo.

Chi invece può festeggiare è il Chiasso. La decisione dei vertici federali, infatti, congelando la Promotion League, mette i ticinesi in sicurezza, salvandoli da un’eventuale retrocessione, qualunque sia la decisione rispetto alla ripresa dei tornei professionistici. Tutto ciò premesso, Nicola Bignotti, direttore generale del club della cittadina di confine, intervenuto in diretta a Fuorigioco@home, sui canali Facebook dell’emittente TeleTicino, ha comunque espresso la propria contrarietà a tornare in campo.

“Non sussistono le condizioni, dal punto di vista sanitario, per riprendere le attività” ha infatti dichiarato il dirigente dei rossoblù. “Noi non vogliamo mettere a repentaglio la salute dei nostri dipendenti, magari per poi sentirci dire, dopo il 27 maggio, che non si tornerà a giocare. Tra l’altro, chi si assume la responsabilità se qualcuno dovesse contagiarsi? Di conseguenza, riprenderemo sì, ma a regimi ridotti e molto controllati.”

Sulle questioni finanziarie, l’ex dirigente del Pavia la pensa così: “Ci attiveremo presso gli uffici preposti per poter continuare a fruire del Lavoro Ridotto. Oggettivamente, la nostra attività fino al 27 maggio non tornerà a pieno regime: riteniamo dunque che, almeno in parte, dovremmo poter continuare a fare affidamento sulle indennità.”

Ha poi preso la parola Michele Campana, suo omologo del Lugano, molto critico nei confronti dei vertici della SFL. Ecco, in sintesi, quanto da lui dichiarato“Ancora una volta il Comitato della Lega ha preso tempo (come avete letto sul comunicato ufficiale – ndr). Si attendono risposte anche dalla politica: tuttavia, davanti a noi vi è la concreta possibilità che i nostri giocatori, fermi da tre mesi, si debbano preparare a giocare quarantanove partite di campionato, nove di Coppa, quattro possibili partite di spareggio e le Coppe internazionali nei prossimi dodici mesi.”

“Ha senso tutto questo? La verità è che io ci vedo una strategia da scarica barile. A mio parere si cerca di declinare tutte le responsabilità sui club, a differenza di ciò che accade in altri Paesi. Per ora, solo Lugano e Sion hanno preso una posizione, dichiarando apertamente che servono modifiche alla formula del massimo campionato non tanto per salvare la corrente stagione, ma per garantire il futuro del movimento (che la stessa SFL ha dichiarato a rischio – ndr).”

“Gli altri tacciono. Capisco benissimo che la SFL voglia tutelare i rapporti con sponsor e televisioni. Tuttavia serve trovare una soluzione che soddisfi tutti, coinvolgendo anche queste parti nella discussione, senza spingere in una direzione piuttosto che in un’altra. Manca un confronto serio tra la SFL e i club.”

Cosa accadrà in concreto dall’11 maggio? Da quanto ho capito ci sarà un protocollo, che ci verrà recapitato tra due o tre giorni al massimo, al quale attenersi. Non dovrebbe esserci l’obbligo di effettuare test con regolarità: bisognerà con tutta probabilità attenersi alle norme di igiene già in vigore. Tuttavia, restano tantissime incognite.”

Queste, quindi, le posizioni dei club ticinesi professionistici. Personalmente, invece, riteniamo la posizione del Consiglio federale corretta. Si è rimasti molto perplessi di fronte alle risposte della politica il giorno 29, quando è stato chiesto quale comportamento assumere di fronte alla positività di un atleta. In realtà, l’organo politico è stato forse laconico ma conseguente, indicando l’obbligo di procedere all’isolamento del giocatore, e di tutti coloro con i quali è venuto a contatto.

Le conseguenze sportive del fatto, ovviamente, non sono di competenza del Consiglio federale. E neppure lo stesso poteva creare una normativa differente per gli sportivi. Non esiste, infatti, l’evidenza scientifica che il virus possa non avere conseguenze pesanti per la salute anche per persone giovani e allenate come lo sono i giocatori di calcio professionisti.

Pensare che il Governo elvetico entri nello specifico dell’attività sportiva ci sembra utopico. E andiamo oltre: non sarebbe corretto, nel rispetto dell’autonomia dello sport, garantita a livello normativo ai più alti livelli. La pubblica Autorità ha dettato delle linee di condotta le quali, a nostro parere, sono incompatibili con uno sport che, per sua natura, non può prevedere il mantenimento delle distanze sociali.

Non siamo medici o virologi. Ipotizziamo però che, se un gruppo di persone sicuramente sane ne incontra un altro nelle medesime condizioni, il problema contagio non dovrebbe sussistere. Il passaggio avviene non attraverso l’aria, ma da uomo a uomo. Tuttavia, bisognerà che questi due insiemi non entrino in contatto con il virus, attivando dei protocolli di sicurezza e d’igiene che lo escludano. Questo, in teoria.

In pratica, cosa significa? È sostenibile sul piano pratico? Che costi avrebbe? Chi li deve sostenere? Esiste un’etica in tutto questo, soprattutto in un momento dove le risorse sanitarie non sono illimitate? Qual’è la priorità del calcio rispetto ad altre attività economiche, facendo un discorso più ampio? Ecco, queste sono le domande da farsi. E non solo per ciò che riguarda la Svizzera, ovviamente. E il riferimento alla Penisola è voluto, nonostante una diversa situazione economica, sotto parecchi punti di vista.

In altre parole, deve decidere il calcio. Qua e altrove, assumendosi le proprie responsabilità. Serve che anche la voce dei giocatori si alzi in modo chiaro, attraverso i propri rappresentanti: Campana si è molto lamentato di questo silenzio dei sindacati dei calciatori, molto presenti in passato per questioni bagatellari. In numerose interviste (citiamo capitan Sabbatini, sentito sempre dai colleghi di TeleTicino) hanno espresso la loro contrarietà a tornare in campo senza certezze rispetto alla propria salute. Probabilmente servirebbe una presa di posizione forte e ufficiale. Ma, per ora, su questo versante, tutto tace. E non solo in Svizzera, ci viene da dire.

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Da bambino si innamorò del calcio vedendo giocare a San Siro Rivera e Prati. Milanese per nascita e necessità, sogna di vivere in Svezia, e nel frattempo sopporta una figlia tifosa del Bayern Monaco.