I contagiati del Valencia, il giocare a tutti i costi: UEFA, ma che hai combinato?

Ezequiel Garay e altri quattro membri del Valencia (di cui due giocatori, Mangala e Gaya) sono i primi, ufficiali contagiati del calcio spagnolo. Una notizia arrivata in tarda mattinata, proprio nelle ore in cui la Spagna sta affrontando la propria crisi sociale e politica nella gestione dell’emergenza Coronavirus, con il numero dei casi che sta crescendo in maniera esponenziale giorno dopo giorno. Le scene a cui abbiamo assistito in Italia soltanto una settimana fa ora si stanno ripetendo drammaticamente anche altrove e lo sport, fermato in gran parte dell’Europa Occidentale e Centrale, sta seguendo il medesimo corso.

La notizia, però, riguarda inevitabilmente anche il calcio italiano, in particolar modo l’Atalanta, costretta comunque a scendere in campo martedì sera al “Mestalla” il ritorno degli ottavi di finale di Champions League. Una serata gloriosa nel risultato per i bergamaschi, certo, ma che ora assume contorni umanamente preoccupanti, perché costringe di fatto la squadra di Gasperini alla quarantena obbligatoria, per di più in una delle zone che sta già vivendo una delle situazioni più drammatiche d’Europa.

Eravamo ancora nella fase in cui l’UEFA sembrava cieca davanti all’evidenza di doversi fermare, sorda verso i lamenti di chi saggiamente chiedeva già da giorni di sospendere lo sport, anche se a porte chiuse. Il contagio era ormai una bomba a orologeria pronta a esplodere in tutto il mondo e solo un folle poteva credere che i calciatori potessero esserne immuni. Lo abbiamo capito tardi in Italia, ma ancora di più in Europa, visto che soltanto venerdì Ceferin e gli altri dirigenti dell’organizzazione si sono arresi al fatto che non ci sarebbero state strade alternative, mentre una squadra dopo l’altra finiva in quarantena (Real Madrid, Manchester City, Juventus, e così via).

Nel mezzo, si sono giocate in totale 10 partite tra Champions League ed Europa League, in un mix completamente insensato tra gare rinviate qualche ora prima del fischio d’inizio (si vedano Inter e Roma), stadi a porte chiuse e altri stracolmi, con tifosi provenienti anche da zone già a rischio tranquillamente ammassati sugli spalti. Il tutto per giocare a tutti i costi, salvare il salvabile, soprattutto sul piano economico, con alcune squadre costrette a giocare decisamente controvoglia (chiedetelo al tecnico del Wolverhampton Espirito Santo, furibondo nella conferenza stampa pre partita della sfida contro l’Olympiakos), quando sapevamo già tutti che non si sarebbe riusciti ad arrivare fino in fondo.

Ora emergono i primi risultati di questa follia: mentre noi eravamo seduti sul divano a goderci lo spettacolo, sono scesi in campo calciatori che erano già positivi, forse con il virus in stato di incubazione, e si è permesso di farli giocare tra loro, mettendo a rischio la loro salute, ma soprattutto quella delle famiglie. Per utilizzare le durissime parole espresse da Wayne Rooney sul proprio editoriale sul Times (diretto a tutte le Federazioni e al governo Johnson), i calciatori hanno di fatto rischiato di svolgere un ruolo di “cavie” in queste settimane.

Tutto questo, senza che nessuno lo esigesse davvero, perché qualsiasi tifoso era d’accordo sull’idea che la salute sarebbe stata ben più importante di una partita di calcio. Ancor di più i tifosi proprio dell’Atalanta, immersi in un tragico focolaio che sta riempiendo ogni giorno pagine su pagine di giornali con nomi e volti, vittime silenziose in questa terribile emergenza sanitaria.

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Nato a Monza nel '95, ha tre grandi passioni: Mark Knopfler, la letteratura e il calcio inglese. Sogna di diventare giornalista d'inchiesta, andando a studiare il complesso rapporto tra calcio e politica.