Kipchoge-Farah, la sfida che non c’è stata

L’ultima domenica di aprile è stata vissuta nel segno della Maratona, questa disciplina tanto faticosa quanto eroica e storica. Si è parlato molto di quanto accaduto a Trieste, facendo confusione tra iscrizioni libere e selezioni e ingaggi discutibili frutto di opzioni poco condivisibili, che hanno fortunatamente obbligato gli organizzatori a ritornare indietro sulle proprie scelte. Mentre in Italia si accendeva questo dibattito, a Londra andava in scena la London Marathon uno degli appuntamenti più importanti della stagione per i podisti. Un fiume di persone che percorre le vie londinesi per arrivare stanche ma soddisfatte al traguardo posto in prossimità di Buckingham Palace.

Era stata pubblicizzata da molti come la grande sfida tra il recordman della grande distanza, il keniota Eliud Kipchoge, e l’idolo di casa, il britannico Mohamed Farah campione olimpico sui 5000 e i 10000 metri. Tanta pubblicità ipotizzando di vedere i due arrivare a un testa a testa finale intenso, ma la realtà invece è stata diversa come era del resto prevedibile. Per Farah tenere certi ritmi di testa è stato praticamente impossibile e così ha deciso saggiamente di accodarsi alla sua lepre e mantenere un proprio ritmo chiudendo al quinto posto in 2.05:39 e accusando qualche problema fisico al traguardo. Davanti a lui solo Africa con Kipchoge che si è dimostrato una macchina perfetta, impressionante; la sua capacità di calcolare il momento esatto dell’attacco, di riuscire a prendere il controllo nonostante la bandiera bianca delle lepri e poi quel sorriso nel finale nonostante stesse compiendo una fatica che ha del sovrumano. I tre etiopi Geremew, Wasihun e Tola hanno dovuto cedere uno dietro l’altro consapevoli comunque di aver effettuato una prestazione da applausi. La corsa di Londra ci dice che viviamo nell’era di un grande atleta, un Bolt della lunga distanza, con una fama limitata rispetto al giamaicano solo perché i 100 metri raccolgono più spettatori rispetto ai 42 km di distanza percorsi. Bravi tutti alla fine e bravo anche il nostro Yassine Rachik che in 2:08.05 ha portato a casa un nono posto, che fa solo che rendere fiduciosi come tifosi italiani.

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Nasce a Roma il 30 maggio 1979 mentre il Nottingham Forest di Brian Clough vinceva la sua prima Coppa Campioni. Radiocronista sui campi dell’Eccellenza laziale, adora il calcio minore ed il futsal.