Cinica, tenace e fortunata: l’Olanda studia da grande e vola alle Final Four

Due decenni abbondanti di passione per il calcio e di partite viste con lo stesso entusiasmo a prescindere dal contesto ambientale e competitivo, qualcosa dovrebbero insegnartelo; che, ad esempio, prepararsi con troppo anticipo il pezzo di una partita apparentemente senza molta storia residua può esporti al rischio di dover cestinare una bozza solo da pubblicare.

Succede così che l’articolo dedicato al brusco risveglio della pur brava Olanda, riportata con i piedi sulla Terra della Germania e costretta a cedere alla Francia il pass per la Final Four della prima edizione della Nations League, è bruscamente stralciato a ridosso del 90′. Si, perché un’Olanda provata mentalmente e fisicamente dalla gara di sabato scorso contro la Francia arriva alla Veltins Arena forte dell’entusiasmante successo sui neo-Campioni del Mondo, ma anche con l’obbligo di fare risultato in casa della Germania, non propriamente l’ultima squadra del ranking UEFA; quest’ultima, determinata a chiudere con un sorriso un 2018 da incubo parte alla grande, e approfittando delle amnesia difensive olandesi (e in particolare di de Ligt) trova il gol con Werner e Sané.

Nell’Olanda, nella prima mezz’ora abbondante, funziona poco o nulla: de Ligt appare in balìa della velocità delle ripartenze tedesche e dell’imprevedibilità di un Sané finalmente sui livelli della passata stagione, mentre de Jong è sempre uno dei più positivi degli Orange ma appare “depotenziato” davanti alla difesa. Di Quincy Promes non v’è traccia, e con Blind e Tete che in avanti non si vedono praticamente mai in attacco la vita per Babel e Depay la vita è assai dura. La buona volontà non manca agli ospiti, che però stentano a mettere paura per davvero a Neuer se si eccettua il fuoco amico di Süle che sul finire di primo tempo sfiora l’autorete di testa.

Perso Babel per infortunio, sostituito dall’esordiente Dilrosun, l’Olanda nel secondo tempo scende in campo intenzionata a rimettere in gioco la qualificazione alla Final Four, ma il copione sembra seguire il solco disegnato dalla prima frazione, con i tedeschi più vicini alla rete del 3-0 di quanto gli olandesi non vadano a quella del 2-1. A cambiare il copione di una sfida come detto in apertura apparentemente segnata, sono i cambi: quello di Vilhena per Wijnaldum, e quello forzato con Luuk de Jong al posto di Dilrosun (a sua volta entrato per Babel). Il motorino di centrocampo del Feyenoord dà la sveglia ai suoi compagni di Nazionale, incoraggiandone la rincorsa verso un pareggio sempre più utopistico con il passare dei minuti che però una Germania colpevolmente sempre più bassa nella propria metà campo incoraggia fino a concedere il gol dell’1-2 di Quincy Promes al minuto 86. L’attaccate del PSV Eindhoven conferisce invece all’attacco ospite quel peso e quei centimetri che nessuno degli attaccanti titolari era in grado di assicurare, e che si rivelano decisivi in particolare nell’azione che al 90′ porta alla spizzata involontaria di Kimmich verso il secondo palo dove van Dijk trova il piattone che vale il 2-2 che riscrive le sorti del girone catapultando gli Orange alle Final Four a scapito della Francia Campione del Mondo.

Il 2-2 finale penalizza la Germania, per lunghi tratti della gara meritevole dell’intera posta in palio, e pur sottolineando come la prestazione olandese rimanga per lunghi tratti sottotono nel complesso, non possono al contempo non evidenziarsi i meriti della compagine dei Paesi Bassi. Capaci di rimanere aggrappati alla partita nonostante la stessa sembrasse archiviata dai locali, i ragazzi di “Rambo” Koeman sono poi stati bravi e fortunati nell’assedio finale all’area teutonica, con la feroce determinazione nel pervenire al gol del pari che più di ogni stratagemma tattico ha permesso alla Nazionale in maglia arancione di festeggiare una qualificazione oramai insperata.

Strano gruppo quello che si è trovato a gestire Ronald Koeman, all’indomani dell’ultimo disastroso quadriennio calcistico olandese. Una Nazionale nella quale non vi è lo straordinario tasso tecnico della Nazionale Orange dei primi anni Duemila, né tantomeno compaiono profili di primo piano mondiale (ad eccezione di Frankie de Jong); agli ordini di Koeman condividono lo spogliatoio il profilo oramai affermato di Virgil van Dijk e  quello in rampa di lancio del 19enne capitano dell’Ajax Matthijs de Ligt, i sette polmoni dell’atalantino De Roon e il fosforo di Georginio Wijnaldum, con l’astro nascente del calcio olandese Frankie de Jong chiamato a dialogare con l’istrionico Depay, accompagnato in attacco dai giramondo Quincy Promes e Ryan Babel con Steven Bergwijn pronto all’occorrenza a dire la sua.

Uno strano Melting Pot dal quale trova genesi una Nazionale al contempo pratica ed affascinante sul versante tecnico, in controtendenza con quella che per decenni è stata la storia calcistica d’Olanda. Un gruppo, quello di Koeman, coesosi con l’intento di riscattare i disastri sportivi Orange dell’ultimo quadriennio e che alla Veltins Arena ha lanciato un segnale forte e chiaro a tutto il Vecchio Continente, qualificandosi in un girone nel quale da “vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro” si è presa lo sfizio di superare le Nazionali vincitrici delle ultime due Coppe del Mondo.

Una qualificazione, quella olandese, passata attraverso una gara come quella in terra tedesca nella quale gli Orange hanno sfoderato quel mix di fortuna, tenacia e determinazione che spesso si dice contraddistingua le grandi squadre portandole a fare risultato talvolta non meritandolo a pieno, e che per la banda Koeman si è tradotta in una qualificazione sorprendente ma pienamente meritata.

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Nato a Roma nel 1989, si avvicina al calcio grazie all’arte sciorinata sui campi da Zidane. Nostalgico del “calcio di una volta”, non ama il tiki-taka, i corner corti e il portiere-libero.