Altafini aveva ragione

«Pagina 1 del Manuale del Calcio, amici: il controllo di palla!»
 Il buon José Altafini incalzava così a inizio anni 2000 – durante le telecronache di TELE+ (mamma, zia, antenata, quellochevolete di SKY) in coppia con un giovanissimo Caressa – la descrizione delle azioni dei calciatori di Serie A, quando riuscivano a creare occasioni importanti nei pressi della porta avversaria. Ciò su cui batteva l’ex fine dicitore del pallone José, appartenuto non a caso a un calcio diverso da quello moderno, era sempre lo stesso punto. Il presupposto, la conditio sine qua non, per creare un’occasione da gol era un gesto tecnico basilare del gioco del calcio: il controllo di palla. E non aveva torto.
 Grazie a un controllo di palla perfetto, già orientato verso il gesto tecnico immediatamente successivo – che fosse un passaggio, un lancio o un tiro – si può migliorare la velocità d’esecuzione pur non essendo veloci e si può eludere l’intervento dell’avversario pur non essendo particolarmente agili. Un semplice – ma mai banale – gesto tecnico che può sopperire a limiti fisici.

Facendo questo tipo di incipit sarebbe fin troppo facile cadere nel trappolone della nostalgia, sentimento che – personalmente – per quanto riguarda il calcio non mi trova particolarmente d’accordo nel suo uso indiscriminato. Per capirci: non sono nostalgico dei mezzi giocatori che militavano in Serie A negli anni ’90 e non credo che questi fossero più forti di quelli attuali, così come non credo che gli Higuaín e gli Icardi di adesso siano inferiori ai Balbo o ai Vieri di una volta. Non tutto ciò che fa parte del passato è migliore di ciò che ci propone il presente. Ma un concetto sì: se non sai stoppare adeguatamente un pallone e la tua più grande risorsa è la corsa o lo spirito di sacrificio, non puoi giocare seriamente a calcio.

Il calcio moderno ha dato un futuro calcistico a delle gambe rubate all’atletica leggera o di fondo, ha fatto diventare attaccanti, ali e terzini gente che avrebbe dovuto fare lo sprinter o il mezzofondista. L’aumento della velocità e del dispendio fisico del gioco ha creato dei cybergiocatori come Cristiano Ronaldo o Kevin De Bruyne, ma anche dei mostri (calcistici) come Lapadula, Borini e Abate, per fare tre nomi a caso. Paro subito le bordate che potrebbero arrivare su Gattuso: non sapeva stoppare un pallone, vero, ma aveva un’intelligenza tattica in fase di copertura fuori dal comune.

Sia chiaro che io non ce l’ho con i Lapadula o i Borini in sé, ma con chi li ha convinti che potessero diventare dei calciatori professionisti e con chi ha pensato che due gambe che corrono per quattro potessero essere meglio di due piedi che sanno stoppare un pallone.
 I Lapadula – prima – e i Borini – poi – idoli di San Siro sono il simbolo della mediocrità attuale del Milan, dove basta un giocatore che ci mette l’anima per scaldare un pubblico ormai infreddolito e poco avvezzo alle giocate tecniche di livello. L’avere un Lapadula-sapiens in squadra, poi, porta a tutta una serie di eventi a catena che sono più che deleteri nel mantenere un barlume di lucidità nella valutazione complessiva della rosa. Per esempio: potresti rivalutare un centromediano, ex capitano senza spirito né sapore, che sa giocare solo in orizzontale o all’indietro, perché è quello che passa meglio il pallone; potresti pensare di avere in rosa un fuoriclasse spagnolo che in realtà è un David Silva wannabe che si gira sempre dalla stessa parte e che fa sempre la stessa cosa; potresti etichettare come salvatore della patria una modesta mezzala ex Atalanta, che gioca solo per se stesso e che in una squadra di giocatori veri sarebbe un ottimo sostituto. Il tutto perché è sbagliata la base, il metro di paragone: quel Lapadula-sapiens che sbaglia lo stop sul lancio e si mette a rincorrere tra gli “olé!” del pubblico i difensori avversari che lo scherzano con un torello che nemmeno in allenamento contro la under 15.

A me della grinta, della garra, non frega assolutamente nulla, se non è supportata da altre cose che nel calcio sono fondamentali. Io preferisco un attaccante freddo e glaciale, quasi indifferente, come Shevchenko, che ogni volta che puntava la porta dava sensazione di pericolosità. Ma anche un Huntelaar. Un Borriello. Un Carlos Bacca. Anche lui. Ridatemi gli indolenti che però sanno giocare a pallone, che della mediocrità dell’atletismo ne abbiamo piene le scatole.