Gli equivoci tattici di Ventura
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Il day after è sempre prezioso perché permette, a mente fredda, di riordinare le idee e di capire quali sono state le ragioni di una sconfitta. Si fa un’analisi profonda, cercando di non farsi trascinare dall’emotività del post gara e analizzando più lucidamente gli errori da non ripetere. E gli errori, nella partita di ieri contro la Svezia, sono stati tanti. Certamente l’arbitraggio ha tutelato poco i nostri, che fin dal primo minuto hanno assaggiato la fisicità – neppure tanto celata – degli scandinavi. Ma le partite di calcio non sempre vengono giocate coi guanti bianchi e in punta di fioretto. Quando una squadra sa di essere inferiore dal punto di vista tecnico, sfrutta tutta una serie di altri fattori (grinta, determinazione, forza fisica). E spesso riesce davvero a imbrigliare gli avversari, come è successo ieri all’Italia. Puntare il dito contro Çakır è fuorviante, perché i demeriti principali non sono dell’arbitro turco, ma vanno ricercati nelle pecche di una Nazionale che ancora, dopo due anni di partite pre-Mondiale, non ha ancora un’identità ben precisa.
Aver cambiato rispetto alla Spagna, passando dal 4-2-4 al 3-5-2, non ha sortito gli effetti sperati. Perché al di là dei moduli, quello che conta veramente è l’atteggiamento della squadra. Gli svedesi hanno giocato la partita che dovevano fare, inaridendo le fonti azzurre e schiacciandosi spesso dietro alla linea del pallone. Ma all’Italia sono mancate le uniche armi in grado di fronteggiare un muro difensivo così compatto: la velocità di manovra e i movimenti per cercare gli spazi. Quando la sfera passava dai piedi dei metronomi azzurri, la sensazione è che ci rimanesse troppo. Vuoi per loro lentezza, vuoi per il mancato apporto, a livello di movimenti, degli attaccanti. La Svezia si è limitata a difendersi con ordine, rischiando pochissimo se non per il tiro di Darmian da fuori area, schiantatosi sul palo.
Nella sua storia quasi secolare l’Italia si è sempre contraddistinta per la presenza di almeno un calciatore con spiccate doti tecniche. Certamente non ci sono più i Rivera, i Baggio, i Pirlo o i Totti. L’involuzione è semplicemente lampante, e facciamo una grossa fatica a proporre giocatori che siano in grado di conferire alla squadra un maggior tasso tecnico. Attualmente, quello che più si avvicina a questi “mostri sacri” del passato è Lorenzo Insigne. A nostro avviso l’attaccante del Napoli è imprescindibile e andrebbe messo in campo sempre. Ma con l’idea di farlo giocare nella sua posizione naturale, dove può dare il suo apporto maggiore. Non da interno di centrocampo (sic!), come fatto nell’ultimo quarto d’ora di ieri. Il 4-2-4 lo limita fortemente, il 3-5-2 lo lascia addirittura in panchina.
Un altro equivoco tattico è dato dalla presenza contemporanea di Belotti e Immobile. Entrambi sono stati allenati dall’attuale commissario tecnico con enorme profitto, al Torino. Ed entrambi “vedono” la porta, hanno qualità importanti. Ma sono due calciatori molto simili, poco assortiti tra loro. Fanno gli stessi movimenti, e non potrebbe essere altrimenti, visto che hanno ricoperto la stessa posizione nel Torino di Ventura. Manca semmai una seconda punta di movimento che sia in grado di creare spazi e di far catalizzare l’attenzione dei difensori avversari nei suoi confronti.
La strada adesso è tutta in salita. E tre giorni non bastano per rivoltare come un calzino la squadra. Servirebbe più tempo, per recuperare energie fisiche e psichiche. Il tempo è tiranno e sta per scadere. Quello di Ventura e quello di un’Italia che proverà a risalire dall’orlo del baratro. Cercando di rastrellare le ultime idee rimaste, per evitare di cadere nel punto più basso della storia azzurra.
