Il morso della Tigre

E’ stata una bella serata di calcio, innanzitutto. Quattordici gol in due partite così tese e combattute, in Champions League, non è uno spettacolo che si può avere il privilegio di vedere ogni martedì; è stata una serata all’insegna dell’Atlético Madrid, non soltanto per la bella vittoria in trasferta per 2-4 sul Bayer Leverkusen, ma perché anche gli altri due squilli della serata sono stati forniti da Sergio Agüero e Radamel Falcao, due vecchie conoscenze del club capitolino spagnolo. Proprio su questa partita vorrei concentrami maggiormente, visto che si possono trarre delle considerazioni interessanti.

Uno show dei rispettivi attacchi, con alcune brutte cose da parte delle difese considerando il palcoscenico così prestigioso. Il Monaco ha praticamente compiuto la partita perfetta per un’ora, salvo poi capitombolare su due calci d’angolo, con Glik che sul secondo ha completamente perso la marcatura di Stones, l’altra grande delusione della serata. Lui e Otamendi sono costati ben 105 milioni di euro, insieme hanno dimostrato di essere poco compatibili tra loro, sbagliando letture su letture oltre a qualche contrasto di troppo: serate come queste servono a forgiare i campioni del domani, Stones ha soli 22 anni ma deve assolutamente dimostrare di avere la giusta cattiveria anche contro animali del gol come Falcao, e non sarà certo un gol – seppur dal peso specifico notevole – a farmi cambiare opinione sul giocatore.

Falcao, che dire della Tigre? Ha rubato la scena in una notte tutto sommato negativa per il Monaco, che torna nel Principato con la consapevolezza di aver fallito nella cura dei dettagli, specie perché la partita avrebbe preso tutta un’altra briga se Subašić fosse stato espulso nel primo tempo, con conseguente rigore per il Manchester City. Resta il fatto che i due gol segnati da Falcao sono stupendi: il primo per come aggredisce il pallone dopo un errore in fase d’impostazione di Caballero, il secondo per forza, caparbietà e qualità tecniche, visto che segnare con un pallonetto, da dentro l’area di rigore, con il portiere disteso e pronto a saltare per stoppare la conclusione la dice lunga sulla sensibilità di quel piede destro. I rimpianti per non averlo potuto vedere al mondiale 2014, quando nella nazionale colombiana il talento era ben distribuito, sono tanti perché avrebbe forse cambiato gli equilibri di quel quarto di finale contro il Brasile. Adesso, dopo l’esperienza al Chelsea e soprattutto dopo aver ammesso di aver pensato al ritiro, è tornato quel giocatore che avevamo ammirato nel Porto e nell’Atlético Madrid: 24 gol stagionali, di cui 16 in Ligue 1 e 6 in Champions League, sono un bel biglietto da visita per il prossimo futuro.

Per il futuro, invece, segnatevi un nome: Kylian Mbappé, 18 anni compiuti da un paio di mesi e personalità da vendere (oltre che un gol segnato) in un palcoscenico internazionale come l’Etihad. Ieri sera sembrava Thierry Henry reincarnato in un ragazzino da poco maggiorenne che, per più di una volta, ha messo in difficoltà una retroguardia di livello come quella del City. Nella generazione dei talenti francesi, da ieri sera, c’è un nome in più.