Non ce ne sono più. O almeno, qua da noi veramente pochi. Parliamo dei numeri dieci, quei giocatori abituati a stare tra i falegnami della mediana e il pennellone di centro area. I cosiddetti trequartisti, appellativo che quasi infanga quella schiera di narratori di gioco nati sotto la stella più lucente dell’universo, verde, rettangolare.
Se con il nostro indice sinistro scorriamo l’elenco delle venti squadre della Serie A noteremo che potremo soffermarci tre, quattro volte al massimo, sul nome di una formazione che ha la fortuna di avere in diez in rosa. A voler vedere, anzi, sentire, il calcio italiano negli ultimi anni ha evidenziato una carenza tecnica, data, secondo i cervelloni più interessati a calcoli e bilanci, da molteplici fattori di natura finanziaria. La domanda è immediata: è per questo che si stanno estinguendo i trequartisti?
No. C’entra il fatto che quel “ruolo” fa un po’ a pugni col calcio moderno. Mi spiego.
Oggi la linea che divide un atleta da un calciatore – sì, sono cose diverse – è sempre più sottile. Fin dalle giovanili la dote principale di un ragazzo deve essere la velocità, la corsa. Si allenano prima fisicamente che tecnicamente dando per scontate le basi di questo sport. Il passaggio, il tiro, il dribbling sono messi in secondo piano rispetto alla potenza, alla resistenza, alla fisicità. Per natura, tutto questo cozza con il dieci. Il fantasista – questo sì che è il giusto appellativo – per esprimere il suo talento ha bisogno di tenere il pallone tra i suoi piedi. Di conseguenza rallenta il gioco. Perché non usare due esterni e riempire la metà campo avversaria di cross? Tanto una punta prima o poi la butta dentro. Quanto serve un suggeritore nel calcio d’oggi?
Sicuramente meno di anni fa, ma non è un buon motivo per lasciar estinguere la più bella razza di puro sangue su prato all’inglese. Ecco no, all’inglese no. Lì in Premier non è mai andato di moda il trequartista. Per carità, quando ne passa uno degno di nota se lo ricordano a vita (vedi Zola) ma non è l’habitat ideale. Altra faccenda in Sudamerica. Da quelle parti sì che si punta ancora sul rifinitore, sul talento grezzo e scanzonato. Alla Bombonera raccontano di aver visto passare l’ultimo vero diez della storia. Si chiamava Juan Román e ha smesso qualche anno fa. In Europa se lo ricordano lento come la quaresima ma, guarda caso, portò un sottomarino in semifinale di Champions. Buffo eh?
Quando c’è una buona squadra è la voce fuori dal coro che può fare la differenza. Fa fare il saltò di qualità al gruppo e guida in campo i compagni. Non solo, anche i tifosi si sentono più vicini se c’è un uomo simbolo a capo della compagine. Si creano così quelle situazione difficili da ripetere in provetta ma che rendono il calcio unico nel suo genere. Il fantasista genera passione.
Tra qualche anno le mode cambieranno e, magari, tornerà al passo coi tempi anche il dieci. Quello classico, quello capace di giocare al pallone..