Solo un mare di fatica sprecata

La sfida di San Siro di ieri sera non è altro che l’emblema della stagione dell’Inter. Anzi, ancor di più: rispecchia esattamente la personalità nerazzurra sotto la gestione Mancini. E non facciamoci ingannare dal 3-0 dei centoventi minuti: è sul più bello che la squadra è crollata. Ai calci di rigore.

Pensateci: fare uno sforzo immane, mettere sotto i campioni d’Italia, nonché la squadra che sta provando ad ammazzare di nuovo il campionato, rifilarle in una sola serata un quinto dei gol che ha subìto fino a questo momento in Serie A, ma non cavare il ragno dal buco. Già, sforzo inutile: in finale di Coppa Italia, ci va la Vecchia Signora. E ci va perché nonostante un crollo incredibile nei novanta minuti, non ha mai perso la freddezza. La lucidità sì, quella magari la Juve l’avrà pure smarrita nel corso della partita – con i bianconeri che hanno rischiato di fare un harakiri continentale – ma sul più bello, e cioè dagli undici metri, la freddezza l’ha fatta da padrone. Con Mancini che, a pochi minuti dalla fine, non ha avuto il coraggio di mettere dentro Handanovič, che è un noto para-rigori, preferendo averne undici – inutili – sul campo, e sostituire l’infortunato Eder con un Manaj che a onor del vero, utile, lo è stato, siglando il suo tiro dal dischetto.

Però, perdonatemi, io quel cambio comunque non lo capisco. Si fa male un attaccante, a una manciata di minuti dai rigori; hai un solo cambio. Puoi giocartela con Handanovič in porta, e farlo sostituendo un infortunato, senza neanche stravolgere la linea difensiva con tale sostituzione. Invece no: resta Carrizo tra i pali, che sui primi due calci di rigore non fa la figura del campione, e l’Inter, ai rigori, perde.

Certo, ci mancherebbe: è facile parlare a posteriori. Ma è ancor più facile parlare di “lotteria”, quando si indicano i tiri dagli undici passi. Personalmente, non la vedo così. I rigori sono l’estrema essenza della freddezza, della tecnica, della cattiveria sportiva, e perché no, sono anche la cartina tornasole che indica la maturità di una squadra. C’è bisogno di sangue freddo e vene cariche di carattere, per non sbagliare. Quel carattere che l’Inter, contro la Juventus, ha tirato fuori per novanta minuti e non solo, anche nei supplementari. Salvo poi crollare sul più bello. Salvo poi cadere al momento di dare un senso ai 120 minuti di battaglia sul campo, mancando proprio quando doveva sferrare il colpo di grazia. Tanto lavoro per nulla. Già, proprio come l’Inter manciniana sembra sia oramai abituata a fare.

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Alex Milone