Ultras: il “Modello Svizzera”

Il Consiglio federale svizzero, questa settimana, ha risposto a un’interrogazione del deputato – consigliere nazionale Yannick Buttet (del Partito Popolare Democratico del Cantone Vallese) relativa al calcio. Nello specifico, si chiedeva, infatti, che la sede della Finale di Coppa svizzera venisse riportata a Berna, in quanto capitale federale, che ospita, tra l’altro, lo Stade de Suisse, denominazione che dovrebbe essere, in qualche modo, espressione di unità nazionale.

La massima autorità di governo elvetica, invece, ha sottolineato che la definizione Stade de Suisse nulla ha a che vedere con lo Stato (tra l’altro, non sempre vengono giocati, in questo stadio, gli incontri casalinghi delle Nazionali maggiori maschile e femminile di calcio). Inoltre, la medesima definizione, unita al fatto che lo stadio abbia sede nella capitale, non comporta l’obbligo di giocarvi la finale. Sempre il Consiglio federale ha sottolineato, infine, che la manifestazione è organizzata dall’Associazione Svizzera di Football (ASF), ente di diritto privato, che agisce in piena autonomia, e sulla quale l’autorità statale non ha nessun potere di indirizzo. La notizia di cronaca (alla quale, nel Paese elvetico, è stato dato molto spazio), serve invece a noi per introdurci nella più complessa problematica della violenza negli stadi e nei palazzetti, e come viene combattuta in Svizzera.

L’interpellanza, alla quale il governo elvetico ha dato risposta, nasce, infatti, da problemi relativi al tifo violento. La finale della Coppa svizzera (uno degli avvenimenti sportivi più importanti dell’anno nella Confederazione, come abbiamo avuto modo di constatare personalmente), è stata giocata proprio a Berna (perlomeno nelle ultime edizioni) fino alla stagione 2013/14, quando avvennero dei gravi incidenti tra le tifoserie dello Zurigo e del Basilea, che facevano seguito ad analoghi episodi avvenuti l’anno precedente. A quel punto, fu proprio la municipalità bernese a chiedere lo spostamento di sede, anche per divergenze con l’ASF relative ai costi per garantire la sicurezza. Da lì, il trasloco a Basilea (dove era già stata giocata in precedenza, da quando esiste il St-Jacob Park), prima della costruzione del nuovo stadio di Berna, che ha sostituito il vecchio Wankdorf, sede della celeberrima finale dei Mondiali 1954 tra la Germania Ovest e l’Ungheria di Hidegkuti e Puskás.

In tutto questo, è notizia di questi giorni che, in occasione dell’incontro di calcio tra il Lugano e il Basilea, previsto per questo sabato (22/8), la Polizia comunale della cittadina ticinese ha emanato una direttiva, nella quale i cittadini luganesi, residenti sulle vie che verranno percorse a piedi dalla tifoseria organizzata renana, sono stati invitati a prendere alcune precauzioni, per evitare di subire danni materiali, in particolare alle autovetture. Di recente, inoltre, proprio la tifoseria del Lugano è stata protagonista di tafferugli e intemperanze in occasione della partita di Super League contro il Grasshopper e, in settimana, ha fatto giurisprudenza una sentenza del Tribunale federale elvetico, che ha dichiarato legittimi i controlli, anche invasivi, da parte dell’autorità giudiziaria e di polizia, ai telefoni di persone coinvolte in incidenti legati alle manifestazioni sportive. I dati sugli incidenti non sono, tra l’altro, concordi: per l’autorità federale di polizia sono in aumento, mentre per la Swiss Football League (SFL) sarebbero in diminuzione, ma si tratta (probabilmente) di un diverso sistema di raccolta dei dati.

La Confederazione elvetica ha predisposto, da tempo, a livello federale, una banca dati chiamata HOOGAN, dove risultano censite oltre 1.500 persone, segnalate per fatti violenti legati allo sport (non solo il calcio, anche l’hockey su ghiaccio). La normativa in materia, aggiornata dopo gli incidenti di Berna del 2014 (dei quali scrivevamo più sopra), prevede diversi tipi di provvedimenti restrittivi per i tifosi violenti: dal più grave (obbligo di presentarsi alla polizia nei giorni delle manifestazioni sportive) al divieto di accedere agli stadi, passando da quello, intermedio, di soggiornare o transitare in determinate aree del Paese, in occasione di manifestazioni sportive. Alcuni facinorosi hanno inoltre ricevuto il divieto di espatrio in occasione delle partite. Il cosiddetto “concordato” (nato vent’anni fa e più volte modificato), che interessa le autorità di polizia, SFL e società sportive, prevede inoltre l’adozione di altri provvedimenti, quali la possibilità di impedire la vendita di alcolici, di utilizzare artifizi pirotecnici, e così via. Negli anni è stato anche oggetto di alcune iniziative referendarie per la sua abolizione, a carattere locale e nazionale, sempre però respinte dall’elettorato.

Oltre alla parte repressiva, però, molto lavoro è stato fatto sul fronte della prevenzione sociale del fenomeno. Il modello è quello della tifoseria dello Young Boys di Berna, da tempo monitorato da diversi operatori sociali in stretto contatto con la società. Già da un paio d’anni la Swiss Football League ha imposto alle società di dotarsi di un programma in tal senso, senza il quale le stesse rischiano di incorrere in sanzioni pesanti, compresa la perdita della licenza di partecipazione ai campionati. A tale proposito, esiste un’associazione (“Lavoro sociale con i tifosi in Svizzera – FaCH”), riconosciuta e finanziata dalla Confederazione a partire dallo scorso anno. Non esistono, ovviamente, modelli generici che si possano applicare ovunque: tuttavia, questo tipo di approccio è sicuramente innovativo ed efficace, differendo, in parte, dal cosiddetto “modello inglese”, visto sovente come unica soluzione possibile per l’approccio e la soluzione del problema.

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Da bambino si innamorò del calcio vedendo giocare a San Siro Rivera e Prati. Milanese per nascita e necessità, sogna di vivere in Svezia, e nel frattempo sopporta una figlia tifosa del Bayern Monaco.