Bentornata Premier League
Pronti via ed eccoci qua, con una di quelle che una volta si chiamavano “sfide di cartello”: alle 13:45 a Old Trafford scendono in campo Manchester United-Tottenham, nell’anticipo della prima giornata di Premier League. Da lì in poi a seguire, col solito blocco di partite delle 16 (italiane) in un turno spezzettato anche fino a lunedì, fino a WBA-Manchester City. È tornato il campionato più visto al mondo, che quest’anno promette una lotta incerta lassù in zona titolo.
L’antipasto ha visto l’Arsenal, davanti agli 85 mila di Wembley, piegare il Chelsea campione in carica grazie al gol di Oxlade-Chamberlain al 24′; resta l’incertezza del giudizio, perché lo Shield è da sempre qualcosa di “diverso”, in qualche modo, rispetto alle altre Supercoppe nazionali, un po’ passerella di inizio stagione, un po’ trofeo vero e proprio. Lo stesso Mourinho (“mind games” o c’è dell’altro?) alla vigilia sottolineava che i suoi Blues sì, ci tenevano a vincere, ma meno comunque di quanto si possa tenere a vincere una gara di campionato. Insomma più dell’International Champions Cup (e ci mancherebbe…), meno dei sabati del calcio inglese: verdetto sospeso, in attesa del seguito.
Il Chelsea, appunto: solita campagna acquisti di rimpasto e l’intelaiatura è di quelle buone: viene dell’accoppiata campionato-Coppa di Lega, non potrebbe essere altrimenti. La squadra non è cambiata troppo (ha perso il suo secondo di lusso, Čech, salutato Drogba partito alla volta del Canada e della MLS, fatto i suoi soliti mille movimenti in uscita in prestito), ma ha voglie europee: pesa tantissimo, sui Blues e tutto il movimento inglese, il tonfo della scorsa Champions League, e occorre chiedersi se ci sarà il tanto aspettato cambio di passo. L’unico titolo di campione continentale vinto da questo club è arrivato in maniera casuale e con un tecnico mai più visto a certi livelli, e Abramović si aspetta un’annata alla pari con le Barcellona e Bayern di turno, per uscire dall’orticello.
Orticello che, in ogni caso, quest’anno è pieno di rovi: il Manchester City ha tirato fuori assegni importanti (e Pellegrini ha dimostrato due anni fa di saper primeggiare in rincorse al titolo anche estenuanti), l’Arsenal risolto la grana portiere e ritrovato consapevolezza nei propri mezzi con le due FA Cup (manca ancora la maturità internazionale, questo sì), con lo United ancora protagonista del mercato.
Gli arrivi a Old Trafford vanno dalla leggenda (Schweinsteiger, che la Baviera l’avrebbe lasciata solo per un club così), alla certezze della categoria (Schneiderlin), a chi ha fatto il fenomeno in un campionato considerato minore eppure ha tutti i mezzi per farlo ovunque (l’arrivo di Depay ricorda quello di Suárez al Liverpool, ai suoi tempi), sino al “nostro” Matteo Darmian, che la chance della sua vita se l’è meritata tutta e poco più di un anno fa correva e faceva impazzire gli inglesi a Manaus: visto quanto si è esposto sul mercato e gli investimenti (anche in termini di monte ingaggi), Louis van Gaal è chiamato alla stagione super in patria come sul continente (Club Brugge da rispettare, mica da temere).
A ciò aggiungiamo, poi, le solite Liverpool e Tottenham, eterne incompiute anche quando, specie nel caso dei Reds, a disposizione ci sono liquidità importanti, spesso sprecate in acquisti costosi e di poco impatto. La vicenda Sterling soprattutto dimostra che, agli occhi dei calciatori, ad Anfield resta “solo” il blasone e che la società deve ritrovare sé stessa ad alti livelli per tornare luogo di arrivo, non di partenza (Mascherano, Torres, Suárez, Sterling), per i grandi giocatori.
Come contorno, le vicende di un calcio dagli alti ritmi e dall’imprevedibilità assicurata: dalla lotta per i piazzamenti europei a quella per restare nella massima serie, dalle emozioni della Championship (quest’anno di nuovo, finalmente, in tv in Italia) a quelle delle due coppe nazionali: bentornata Premier League, bentornato calcio inglese. Buon divertimento.
