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Un rimpianto faraonico…?

Stephan El Shaarawy vicinissimo al Monaco. Così vicino da far pensare che l’annuncio ufficiale potrebbe arrivare già domani, dopo che la partenza di Ferreira-Carrasco con direzione Madrid (sponda Atlético) ha lasciato sulla fascia sinistra un vuoto che il giocatore savonese potrebbe colmare – almeno nelle intenzioni del club del Principato. Insomma, per quanto sia una formula abusata, pare davvero che al nuovo matrimonio del Faraone manchi veramente la sola ufficialità (che, è bene ricordarlo, è quanto fa testo in fin dei conti nonché l’unica cosa definitiva quando si parla di calciomercato).

Se l’ex talentino di scuola Genoa riuscirà o no ad affermarsi in terra di Francia lo dirà la prossima Ligue 1, per ora noi possiamo solo limitarci a constatare che ci dispiace. E parecchio, pure.

Non tanto per la solita storia del “talento italiano che lascia l’Italia” tra mille lacrime e uno sventolìo di fazzoletti che in confronto la partenza del Titanic è stata uno starnuto di gruppo di una ventina di persone (anche se si verseranno – forse se ne sono anche già versati un po’ – litri d’inchiostro su questo stesso identico tema, sicuro come l’oro). E nemmeno per la questione del “chi lascia la Serie A perde per forza la Nazionale”, che sarebbe anche giusto oltrepassare dopo un po’, quanto meno per la stucchevolezza ritrita dell’argomento che causa ripetute nausee nel lettore medio il quale, però, si lascia spesso circuire pur di avere qualcosa di cui parlare al bar sport. Tra l’altro, in questo senso, Conte ha per esempio pescato spesso Pellè che, in Serie A, ha giocato davvero pochissimo e che si è costruito una solida reputazione all’estero. Quindi forse più di un passo è già stato fatto.

La verità amara della cessione di Stephan al Monaco è tutta un’altra: semplicemente, speravamo che andasse diversamente. E, attenzione, non solo i milanisti.

Perché per qualche mese abbiamo davvero creduto che il numero 92 più famoso del calcio tricolore fosse la next big thing dell’intero movimento calcistico italiano. Non si trattava però solo di mero orgoglio patriottico o una patetica voglia di immediato riscatto dopo che il distributore automatico azzurro di talento sopraffino pareva aver smesso di funzionare come doveva, c’era anche la sorpresa di un’affermazione inattesa già nel contesto di una grande storica (con tutto il rispetto per i club dal minor blasone) e che quindi non doveva subire il famigeratissimo “salto brucia campioni” da una squadra di media o bassa classifica. C’era l’ammirazione per la capacità dell’allora ventenne El Sha di essere decisivo spesso e volentieri e non per forza solo coi gol propriamente detti, ma anche per la capacità di trascinare un collettivo che – nel giro di un battito d’ali – sembrava essere diventato dipendente proprio dal Faraone, il ragazzino, il più giovane di tutti.

Ma c’era soprattutto il talento vero del ragazzo ligure, ai tempi in pienissima rampa di lancio e che lasciava presagire un futuro da grandissimo del pallone: il fatto che il suo repertorio si basasse su diverse variazioni – tutte quasi sempre di successo, tra l’altro – sul tema delle stesse, insistite due azioni (inserimento senza palla alle spalle del terzino sui cross provenienti dalla fascia opposta e la superclassica discesa palla al piede partendo dalla fascia con continui dribbling per accentrarsi e calciare col destro™) non pareva essere un problema.

 Prima di tutto perché faceva entrambe le cose decisamente bene, poi perché non stava scritto da nessuna parte che il suo sviluppo si dovesse arenare lì, anzi. Avrebbe potuto diventare più un’ala classica, migliorando l’uso del sinistro e aggiungendo il fondamentale del cross dal fondo alle sue peculiarità così come, magari, si poteva ipotizzare una crescita dal punto di vista del senso del gol e della protezione del pallone, così da poterlo avvicinare alla porta avversaria e impiegarlo da seconda punta.

L’oggi invece ci dice che El Shaarawy gioca ancora come tre anni fa e quel che faceva nella seconda metà del 2012 è tutt’ora la sua cifra calcistica, forse con addirittura meno esplosività, visti tutti gli acciacchi fisici di cui è stato vittima e che ne hanno bloccato la crescita sportiva. Anche per questo non ci sentiamo in nessun modo di condannare il Milan: la dirigenza rossonera ha deciso di rischiare di avere un bel rimpianto tecnico pur di tornare immediatamente competitiva, valutando che il giocatore non sia in grado di restituire nel breve (perlomeno) alla società quanto invece il Milan ha investito su di lui. Più che legittimo, considerando che Stephan, negli ultimi due anni, è stato sostanzialmente fermo e che si sia rivisto sui livelli di tre anni fa solo fugacemente.

Ma il rimpianto più grosso non sta in quanto il savonese avrebbe potuto dare al Milan, al calcio italiano o alla Serie A (per i quali è ancora in tempo a invertire la rotta, avendo solo 23 anni, peraltro da compiere).

Il rimpianto vero, enorme, deprimente è un altro: colui che nel 2012 ritenevamo potesse diventare un campione vero entro un paio d’anni, nel 2015 è ancora un talentuoso incompiuto come tanti, tanti altri prima di lui che si ritrova a essere ceduto all’estero (e quanto appare ora diversa la sua deviazione a Montecarlo dall’esperienza che Darmian farà a Manchester!) perché non dà sufficienti garanzie per il futuro, perché non pare più che sia davvero in grado di poter combinare qualcosa di veramente buono per più di tre o quattro partite l’anno.

Ciao Stephan, bon voyage, allora. E, se possibile, smentiscici.

Anche perché una parte di noi, in fondo, non aspetta altro.

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