L’arte di vincere
Costruire una squadra non è mai facile, richiede tempo, danaro e buon gusto. Il tutto condito da un bel po’ di fortuna, ovviamente. Roma non è stata costruita in un giorno ma chi ben comincia è già a metà dell’opera e, quindi, scegliere un dirigente sportivo con del talento rende le cose sicuramente più facili. Non esistono solo fenomeni “da campo”, esistono anche quelli “da scrivania”, che manovrando nell’ombra, muovono e smuovono i protagonisti di questo magnifico sport.
Un DS non ha vita facile. No, non si limita a girare il mondo in cerca di affari e promesse. Un DS deve pensare a ogni aspetto organizzativo di una società, dall’ingaggio di giocatori alla decisione di strategie, progetti e obiettivi. Deve lavorare sotto pressione, gestendo ingenti somme di denaro mettendo d’accordo tutte le parti in causa: giocatori, procuratori, allenatori, presidenti. Senza dimenticarsi di parlare, o meno, alla stampa.
Insomma, è uno dei punti di riferimento di ogni squadra, e per essere capaci in un ruolo così poliedrico non basta avere attitudini in un solo campo, che sia quello tecnico oppure quello economico. Come si riconosce, allora, un ottimo dirigente? Beh, la lungimiranza si può definire come l’abilità chiave. Avere l’occhio lungo, su qualsiasi cosa. Capire in anticipo le mosse delle rivali, pensare prima degli altri agli atleti possano essere nel posto giusto al momento giusto. Logicamente, con un giudice comune a tutti: il campo.
Perchè si ritorna sempre lì, al rettangolo verde. Al gioco, ai risultati, ai numeri. In Italia, luogo comune, non è mai facile fare nulla. Ancor peggio se si pensa di iniziare a lavorare in un mercato come quello calcistico, saturo di figure complementari ai già collaboratori di collaboratori. Ma in realtà, se si analizza l’operato di diversi dirigenti sportivi dello Stivale, non si può far altro che ben sperare.
La Marotta&Paratici Group ha di recente rinnovato con la Juventus, società che primeggia per risultati sul campo e non, con bilanci in verde. Certo, vincere aiuta a vincere e i bianconeri da quattro anni a questa parte si sono riempiti la pancia, ma non bisogna dimenticarsi da dove si partiva: due settimi posti di fila. La scelta di Conte in panchina e acquisti mirati, come quello di Vidal, hanno permesso alla Vecchia Signora di cambiare faccia e di poter ricominciare a competere. Il modello d’esempio è il loro, finchè le vittorie continueranno a parlare, almeno.
Se sbirciamo la classifica invece, troveremo almeno un paio di squadre che a inizio stagione non ci saremmo aspettati di trovare nelle zone calde, come Lazio e Sampdoria. Igli Tare e Carlo Osti sono stati in gamba a scegliere come timonieri due allenatori giovani e capaci: Stefano Pioli e Siniša Mihajlović. Il primo, arrivato nella capitale con qualche storta di naso, si è guadagnato il consenso della piazza attraverso risultati e bel gioco portando i biancocelesti là dove osano le aquile. Idem per il serbo che, tornato nella sua Genova, ha rispolverato la vecchia divisa da sergente di ferro per far marciare i suoi verso un posto in Europa.
Dirigenti che scelgono e lavorano bene in Italia ci sono, basta trovarli. Pensiamo a Cristiano Giuntoli. Prima di cercarlo su Wikipedia vi risparmio la fatica, non c’è. Il buon Cristiano è il DS che ha portato la settimana scorsa il Carpi in Serie A, sotto la guida di mister Castori. Gli emiliani nel 2010 erano in Serie D e nel giro di cinque anni sono arrivati alla massima categoria, senza patron o capitali esteri. Serve aggiungere altro?
Forse sì, forse abbiamo trovato la “cruna” esatta per scovare il talento in un dirigente. Raggiungere il risultato massimo con il minimo indispensabile, magari, etichettando il tutto con un bel “Made in Italy”. È questo che dovrebbe fare una società nei momenti critici. Dare fiducia a uomini chiave, impegnandosi fino in fondo alla realizzazione di progetti seguendo una linea comune, condivisa con tutte le parti che costituiscono una squadra.
Remare tutti dalla stessa parte. Una banalità scontata, ma quanto mai difficile da raggiungere. Un po’ come diceva un olandese tempo fa: “Il calcio è semplice, ma la cosa più difficile è giocare un calcio semplice”.
