Calcio d’Africa più vicino all’Europa. Non sempre è un bene

Eravamo pronti. Le parole scelte, l’intonazione giusta, l’infilata spiritosa, in pieno stile mondopallonaro. Tenendo a debita distanza l’autocelebrazione, ma, al contempo, rimarcando comunque il buon lavoro svolto nel corso e in occasione di questa Coppa d’Africa 2015 che s’avvia alla giusta conclusione. Sul piatto molti argomenti: considerazioni tecniche, geopolitiche, prospettive presenti e future per un Continente Nero costantemente atteso al varco d’una grande affermazione internazionale. Almeno sin da quel maledetto fischio con cui Codesal Méndez assegnò ai britannici il rigore del 3-2 sul Camerun, votando Milla e compagni alla sconfitta nell’ultimo quarto di finale di Italia ’90.

Invece no. I disordini, indecenti, di giovedì sera presso il Nuevo Estadio de Malabo, gli oltre trenta feriti, l’elicottero che sorvola la tribuna scoperta dell’impianto, l’invasione dei tifosi locali in cerca di contatto coi “nemici” ghanesi, la sospensione che Otongo-Castane ha dovuto imporre alla semifinale tra padroni di casa e Black Stars fanno precipitare tutto nello sconforto più banale e, quindi, profondo. Ha così dilapidato completamente il credito la Guinea Equatoriale, dopo aver salvato, di fatto, la manifestazione, assicurandone e ospitandone lo svolgimento all’indomani del gran (e discutibile) rifiuto opposto dal Marocco, causa timore pandemico di ebola.

Non si venga a dire che gli equato-guineani non fossero “pronti” a ospitare la Coppa: non più di tre anni or sono, la vittoria finale dello Zambia (ai rigori sulla Costa d’Avorio) s’era consumata anche in Guinea, dato che la manifestazione era stata organizzata in cogestione col Gabon. E neppure può valere l’interpretazione superficiale, avanzata anche da varie testate internazionali, circa la qualità della struttura dello stadio di Malabo: nello stesso impianto, infatti, si era consumata nel 2012 sia l’eliminazione ai quarti della Nazionale del Tuono (stesso risultato di giovedì sera: 0-3, dagli ivoriani futuri vicecampioni… un presagio per Gyan e compagni?) sia la finalina che vide perdenti gli “odiati” ghanesi. Dati che espungono qualsiasi attenuante, qualsiasi giustificazione accessoria per un esito insensato. Così come poco ci convincono le polemiche del giorno dopo a proposito del mancato spostamento dell’incontro a Bata, come avvenuto per il discusso quarto di finale con la Tunisia, vinto dai padroni di casa tra le polemiche e le (comprensibili) recriminazioni maghrebine.

Certo, nel complesso, non c’è niente di nuovo: fatti del genere si ripetono, da anni, in molte città europee e sudamericane (in Italia, dalla Lega Pro a salire), registrando spesso conseguenze ben più gravi. Del resto, il calcio, oltre a essere un’emozione, è anche uno dei più efficaci strumenti di controllo sociale che permettano di “acquietare”, per così dire, masse ben più pericolose nel caso decidessero d’azionare il cervello e porsi problemi davvero importanti. Niente di nuovo, appunto. Ed è proprio la consumata abitudine a registrare un certo tipo di accadimenti che ci getta ancor più nello sconforto.

Lo stesso che avvertiamo nel constatare le risibili disposizioni emesse dalla Confederazione Africana: 100.000 dollari di ammenda, nessun annullamento della finale per il terzo e quarto posto prevista domani pomeriggio (Repubblica Democratica del Congo-Guinea Equatoriale, ore 17, sempre a Malabo) e, dulcis in fundo, lo sfondamento di ogni limite del ridicolo, ossia l’ipotesi di una futura partita a porte chiuse per la Guinea, nel caso in cui sabato si ripetessero incidenti. Come se quanto avvenuto giovedì sera fosse qualcosa di veniale. Con una postilla ulteriore: anche questi sono i dirigenti che, tra non molto, concorreranno all’elezione della nuova presidenza FIFA (non che in Europa, da Blatter a Tavecchio, il materiale sia poi tanto più pregiato). Auguri.

Siamo appassionati di calcio d’Africa: non staremmo qui, altrimenti, non ne scriveremmo. Carezziamo ancora, di tanto in tanto, Scusate il ritardo. Racconti di calcio africano, bel libro di Filippo Maria Ricci (per non dire di La prima guerra del football e altre guerre di poveri del grande Ryszard Kapuściński). Proprio in vista di scrivere un pezzo a margine della presente Coppa d’Africa, siamo andati a rispolverarne alcune belle pagine. Sottolineando, con grande acume e nessuna retorica (qualità rara), le peculiarità del calcio del Continente Nero anche in chiave “antropologica”, Ricci auspicava una decisiva approssimazione, un avvicinamento, in senso progressivo, del pallone africano a quello europeo. L’impressione è che, in un mondo che tende (e tenderà ancora) a complicarsi, in cui le questioni sociali, specialmente in chiave simbolica, s’intrecceranno sempre più con gli avvenimenti di massa, il gap ravvisato da Ricci si stia riducendo, sì, ma in negativo.
Buone finali di Coppa, ma al sorriso, per oggi, abdichiamo.