Incendio Inter. Ma Mancini è un buon pompiere?

Abbiamo salutato un’altra giornata di Serie A, la seconda del girone di ritorno, e ci ritroviamo a commentare la seconda sconfitta di fila per Roberto Mancini e la sua Inter 2.0, nonostante un mercato di livello che ha portato alla Pinetina tanti buoni giocatori. Come se ciò non bastasse, a soffiare sul fuoco nerazzurro ecco anche la lite tra Icardi e gli ultrà (con la speciale partecipazione di Guarín) che erano andati a Reggio Emilia per sostenere la squadra salvo poi assistere a una disfatta contro l’unica compagine contro la quale la stessa Inter aveva sempre vinto e convinto negli ultimi due anni, il bel Sassuolo di Eusebio Di Francesco.

Gli animi già esacerbati dei tifosi a causa della sconfitta si sono dunque accesi ancor di più in una faida interna tra chi si schierava con la curva e chi invece prendeva le parti del centravanti argentino, avvelenando un ambiente che sembra non conservare più nulla dell’entusiasmo riemerso dal ritorno del Mancio in poi, senza contare il corollario del calciomercato che pure ha contribuito a non spegnere gli animi ma, anzi, ha saputo persino riaccendere le residue speranze di podio. Ora, terzo posto e persino accesso all’Europa League paiono solo una chimera lontanissima: il Napoli è più distante del Chievo terz’ultimo in classifica generale, quindi più che di qualificazione alle coppe si dovrebbe parlare di lotta per la salvezza, piaccia o non piaccia. Quantomeno per adesso.

Un rendimento già non brillante con Mazzarri (1,45 punti di media) è diventato davvero scadente con Mancini (1 punto a partita, 10 in 10 gare: un passo da retrocessione), chiaro segno che la rivoluzione portata a livello tattico e di rosa dal mister jesino non ha per ora migliorato il Biscione, anzi. Quel che non è chiaro, tuttavia, è con quale intento si abbia deciso di far tornare il Mancio ad Appiano Gentile. Risollevare una stagione iniziata male per cercare disperatamente di agganciare il terzo posto impiegando fino all’ultima risorsa – economica e non – per riuscirci? Impostare il lavoro dei prossimi anni per tornare grandi nel minor tempo possibile con progettualità e programmazione? Costruire un nuovo progetto che però potesse essere efficace fin dalle prime battute per non perdere quanto meno il treno delle prime cinque o sei? Un contentino per i tifosi arcistufi di Mazzarri e ormai scatenati contro l’allenatore toscano, slegato da un qualsivoglia progetto tecnico? A questo punto è difficile dirlo con precisione perché se fino a pochissimo tempo fa Mancini parlava ancora di terzo posto, Thohir, nella sua ultima sortita italiana, ha tenuto a precisare che l’Inter non ha bisogno, neppure economicamente, di qualificarsi per le coppe europee. Una bella confusione, non c’è che dire.

Ora l’ambiente è demotivato, stanco e innervosito – eufemismo – non solo per quanto accade in campo ma pure per quel che accade fuori (leggasi Icardi versus ultrà). È vero che Mancini ha portato con sé un’attitudine a giocare a calcio che l’Inter mazzariana pareva aver perso per strada, d’altro canto però il mister nerazzurro non è riuscito a correggere il deficit atletico dei suoi uomini in maniera efficace (e gli acquisti di giocatori non proprio al massimo della forma come Shaqiri o Podolski, entrambi arrivati a Milano con parecchio fiato da recuperare, certamente non hanno aiutato) così come s’è incaponito su un 4-2-3-1 evidentemente molto poco nelle corde dell’attuale rosa, a cominciare dalla coppia di interpreti della mediana, Medel e Guarín, passando per terzini vari ed eventuali, fino all’ormai storico equivoco sul ruolo di Mateo Kovačić, che ieri ha dato la più lampante e chiara dimostrazione possibile di come non sia affatto un trequartista. A tutto ciò aggiungiamo anche la scelta di mettere in panchina Icardi, centravanti vecchio stampo poco avvezzo al lavoro tattico che il 4-2-3-1 prevede per la punta centrale ma unico della rosa che segna con continuità.

Forse una soluzione potrebbe essere l’abbandono, perlomeno momentaneo, di quel tipo di schieramento, virando su un 4-3-3 tendenzialmente più nelle corde degli elementi a disposizione nonché modulo più semplice da applicare in transizione difensiva (vista l’attuale condizione atletica nerazzurra è un suicidio continuare a schierare quattro giocatori offensivi). Ma per il Mancio quella contro il suo stesso ego e le sue idee tattiche non è l’unica sfida all’orizzonte: dovrà saper tenere a freno l’ambiente e non farlo deragliare definitivamente in queste ore così delicate e, allo stesso modo, dovrà esigere di più da tutti i giovani ma ancora acerbi talenti della rosa, a cominciare proprio da Icardi e Kovačić, ma allo stesso tempo dovrà infondere loro la fiducia necessaria per farlo.

Adesso però basta con vuoti proclami su Europa e Champions League: solo così può condurre in porto la stagione costruendo positivamente per il futuro, solo così può ancora dare un senso alle partite che aspettano i suoi giocatori ma anche (e soprattutto) i suoi tifosi.

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Giorgio Crico